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Quel capriccio per un gioco nuovo

pubblicato lunedì 1 Agosto 2016

Negli anni '50 girava una canzone, cantata da Claudio Villa, dal titolo «Balocchi e profumi.»
Erano gli anni in cui far sentire una donna in colpa per la maggior parte delle cose che faceva o per le decisioni che prendeva, andava di moda.
Nello specifico, l'autore del testo aveva puntato il dito contro una madre che spendeva soldi dietro ai profumi e ignorava le richieste della figlia (che ovviamente moriva) di avere almeno un balocco.
Non sono del tutto sicura che il contesto sociale abbia smesso di far sentire le madri colpevoli delle loro scelte, tuttavia il rapporto con il bambino e il giocattolo non è cambiato e ci sono richieste spesso giornaliere, che non sempre (per filosofia di vita, scopo educativo o altro) possono essere soddisfatte.
Per alcuni questi comportamenti infantili, sono addirittura espressione di impertinenza e maleducazione da parte del minore, incapace di accontentarsi di ciò che ha e di sfruttare il gioco in tutte le sue potenzialità.
E' indubbio che ci siano bambini che sembrano non apprezzare ciò che hanno o che si dimostrano irriverenti e non riconoscenti davanti a un regalo.
Il rapporto tra il bambino e il giocattolo è un rapporto delicato e importante.
Una relazione da persona e oggetto che assume lo stesso significato di lavoro per l'adulto.
Giocare, vuol dire comprendere, capire, creare una relazione, stabilire capacità e difficoltà, trovare soluzioni al «problema».
E' una modalità per comprendere sé stesso il ciò che lo circonda, sostituendo le parti concrete del mondo che ha attorno, con altre fantastiche, capaci di lenire noia, paura, solitudine.
Come ogni strumento con cui entriamo in relazione, ci possiamo affezionare a tal punto da non riuscire a rinunciare a lui, oppure stancare fino a non volerlo più avere attorno.
Succede anche per i giocattoli.
Così, come a noi adulti capita di farci conquistare da un paio di scarpe grazioso, salvo poi trovarlo pacchiano e confinarlo in una scatola in cantina, ai piccoli capita di volere un giocattolo e dopo qualche minuto, dimenticarsi di lui.
La differenza è che nessuno ci giudica: incontentabili, cattivi, pretenziosi o altro, mentre il giudizio verso un minore che manifesta, nella modalità in cui è capace, la delusione, può essere duro e scatenare addirittura una punizione.
Immaginiamo Natale, oppure il nostro compleanno e immaginiamo di avere delle aspettative riguardo ai regali che potremmo ricevere.
Siamo persone a cui basta il pensiero, tuttavia quando Tizio o Tizia arrivano con un bel pacco, confezionato con eleganza e lo scartiamo, se siamo persone che odiano lavorare a maglia, oppure non lo hanno mai fatto in vita loro e non hanno alcuna intenzione di incominciare a farlo, non esulteremo dentro di noi, per quel gomitolo e quei ferri che ci osservano da una scatola molto bella.
Essendo però, persone educate, sorrideremo, ringrazieremo, in qualche caso mostreremo con il non verbale di non aver del tutto apprezzato il pensiero, ma difficilmente richiuderemo la scatola depositandola subito in cantina.
I bambini, non reagiscono in questo modo e se ricevono un oggetto che a loro non piace, non saranno spontaneamente interessati a compiacere chi hanno davanti ma anche davanti a un giocolatolo, proprio come a un gomitolo di lana, si può provare delusione, solo che i bambini piccoli, non hanno ancora acquisito la capacità di decodificare e comprendere l'emozione che stanno provando.
Spingerli a negarla, significa non aiutarli a capire quello che sentono dentro.
Al di fuori da situazioni che andrebbero valutate da professionisti (disturbi dell'attenzione ed altro) la richiesta di giochi nuovi, non può essere letta come l'incapacità di accontentarsi di ciò che ha o l'egoismo di voler avere «tanto».
Restano tuttavia le reazioni classificate come «capricci» davanti al rifiuto genitoriale di acquistare quel bell'aereo sullo scaffale del supermercato, e l'aspetto educativo dell'essere genitori che può passare attraverso la contrattualizzazione della richiesta.
Si può decidere di comperare un gioco al giorno, alla settimana, al mese, all'anno, spiegando le ragioni di quella decisione e aiutando il bambino a capirle, magari trovando prima un punto di unione con il partner: è terribile per un bambino sentire i genitori che discutono sull'opportunità o meno di comprare qualcosa per lui.
Questo  non significa che non ci saranno più richieste, solo che si forniranno delle spiegazioni che a volte andranno ripetute, con parole o frasi diverse perché dire a un bambino di 3 anni: «Non puoi volere un gioco nuovo oggi perché te l'ho comprato ieri e avevo detto che te ne avrei comprato uno a settimana» non ha alcun senso, per lui, il suo ieri corrisponde ai nostri dieci anni prima.
Ma soprattutto una volta deciso, salvo rare e spiegate eccezioni, occorrerebbe essere coerenti e indifferenti ai giudizi esterni.
Essere arrabbiato è un diritto di ogni essere umano, bambini compresi, i quali possono anche manifestare la propria rabbia buttandosi a terra e urlando, ponendoci in una situazione di imbarazzo e giudizio.
Ignoriamo i commenti degli altri, riconosciamo la nostra difficoltà e non incolpiamo il bambino per le emozioni che NOI stiamo provando.
Lasciamogli il tempo di smaltire la sua rabbia, con gli strumenti che ha a disposizione e solo dopo, quando tutti saremo più calmi, potremmo tornare su quanto accaduto e trovare un modo per evitare che succeda di nuovo.  I capricci sono spesso le uniche modalità che il bambino può usare per dirci: «non so cosa fare, non capisco quello che provo, sono in difficoltà.»

 
 
 





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Educare punendo?
pubblicato il 28 luglio 2016

La maggior parte di noi, mamme e papà, nonne e nonni, educatrici ed educatori, siamo nati e cresciuti in un momento storico in cui l'educare e l'insegnare a 'stare al mondo' è passato anche se non soprattutto attraverso una forma educativa che non risparmiava le punizioni fisiche.
Incontro spesso persone che mi dicono: 'Sono cresciuto o cresciuta a suon di sberle e non sono cresciuta male' e ancora: 'se avessero un genitore che desso loro qualche schiaffone, non sarebbero maleducati come sono.'
Viene spontaneo allora pensare che lo schiaffo e la punizione, usati come mezzo educativo, sia, nel pensiero dell'adulto che li usa, un modo per dire al bambino che ciò che sta facendo o dicendo è sbagliato.
Esempi di interventi 'educativi' ce ne sono tantissimi: la reazione genitoriale davanti a un brutto voto, la disattenzione scolastica che certi insegnanti tentano o sono convinti di poter sanzionare con una nota, ma anche il non aver studiato o eseguito un compito, l'aver rotto il gioco del compagno e tantissimi altri.
Ogni genitore ha il suo modo per educare-punendo che spesso ha delle similitudini con la modalità usata dei suoi genitori per farlo sia di tipo emulativo che opposto a quello subito.
Proviamo a ragionare sul significato della punizione. Secondo il vocabolario è un atto che provoca sofferenza, inteso a correggere una persona o a farle espiare il male commesso.
Non ci sono significati più blandi. Lo schiaffo ma anche l'impedimento all'uso del gameboy provocano sofferenza, quindi si dovrebbe partire dall'assunto che un genitore, un nonno, un educatore crede di poter educare attraverso il dolore fisico o psichico mostrando però il modo 'giusto' di comportarsi.
Quindi il bambino che riceve una sculacciata o una punizione di altro tipo perchè ha rotto la macchina al compagno di giochi, apprenderà che un modo per ridare equilibrio a una situazione (quando qualcuno mi romperà qualcosa) sarà picchiando o castigando.
Per i piccoli, gli adulti, siano essi genitori o insegnanti sono dei modelli. Persone da cui trarre informazioni su come sia giusto comportarsi e su quali concessioni siano considerate socialmente accettabili.
Essere puniti genera dolore, rabbia e frustrazione.
Provoca vissuti emotivi che possono condizionare la percezione di Sè, indebolire l'autostima in un periodo in cui andrebbe invece valorizzata.
Se per comunicare con un bambino di fronte a un comportamento scorretto, useremo urla e punizioni, penseranno che sia quello l'unico modo per stare con chi non fa ciò che riteniamo giusto faccia e reitererà comportamenti simili anche in futuro.
L'altro aspetto negativo di una punizione che non abbia la funzione di educare, ma quella appunto di punire, sta nel fatto che 'ci si abitua' al dolore e alla frustrazione e si cercano modi per 'uscirne' attraverso l'indifferenza, la rabbia, la provocazione.
Resta fermo il punto che i bambini vanno educati.
Occorre insegnare loro cosa è giusto fare e cosa, se fatto, provoca delle conseguenze.
Le punizioni quindi non dovrebbero essere usate con leggerezza, quotidianamente. Se un bambino si comporta in modo così irritante e distruttivo da dover agire ogni giorno una punizione, non è più un problema educativo, ma un problema relazionale.
Punire di fronte a comportamenti gravi e seri, tenendo però conto dell'età, dell'intenzionalità e di cosa, attraverso quel comportamento voleva comunicarci, ha un senso solamente se la punizione è breve, immediata e chiaramente spiegata.
Punirlo oggi per quello che ha fatto a scuola ieri, non ha alcun senso.
Aspettare l'arrivo dei genitori: 'Lo racconterò alla mamma, così si arrabbierà e ti punirà' è ancora peggio.
Fare note perchè non 'sei attento a scuola', al massimo invia al bambino il messaggio del: io adulto non so relazionarmi con te bambino e per riuscire a farti rispettare le mie regole, ho bisogno di un altro adulto che interagisca con te.
Ricordiamo che i bambini, se piccoli, non riescono a collegare causa-effetto e la scoperta del mondo o la difficoltà di capire le emozioni che stanno dietro i loro comportamenti li spinge a fare cose che da adulti vediamo come da punire ma che per loro sono solo azioni.
Dire: 'quarda quello che hai fatto, cattivo!' a un bambino sotto i 6 anni, non ha senso.
Il contesto entro il quale si decide di intervenire per educare può fare la differenza. Mortificarlo di fronte ad altri o in un luogo che lo spaventi, non solo non è educativo, ma crudele.
Immaginiamo noi adulti in una situazione analoga. Ho fatto, sul lavoro qualcosa di sbagliato. Mi viene detto con discrezione che ho agito in modo scorretto oppure mi viene fatto notare di fronte ad altri colleghi, in modo plateale.
Punire inoltre è un rinforzo negativo.
Per educare anziché porre l'attenzione su quello che di sbagliato fanno i nostri figli, si dovrebbe sottolineare ciò che di bello, positivo e creativo fanno.
Invece, purtroppo, diamo le cose migliori per scontate.
Di fronte a un bel voto pensiamo che abbia fatto solo il suo dovere, di fronte a un’insufficienza, pensiamo sia giusto sottolineare l'insuccesso, come se noi, bambini castigati da genitori educati a loro volta a castigare, fossimo adulti perfetti.
Concludo con una frase di Vittorino Andreoli: 'È bellissimo educare, significa tirare fuori e non imporre, come spesso si crede.'



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Genitori che giustificano troppo i comportamenti sbagliati dei figli

articolo del dottor Federico Brajda Bruno dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche Laureando in Psicologia dello sviluppo e Comunicazione

pubblicato il 13 luglio 20016

“I genitori di oggi viziano i figli, i genitori di oggi non hanno polso, i genitori di oggi concedono tutto”: quale che sia la variante del tema con cui siete più familiari, è inutile negare quanto simili argomentazioni abbondino.
Non che esse siano prive di valore, anzi: certamente esse fanno da spia a certe modifiche storico-culturali che hanno investito nell’ultimo mezzo secolo e stanno investendo a tutt’oggi l’istituto della famiglia.
Come spesso accadde quando si tratta di temi delicati, tuttavia, il discorso rischia fin troppo spesso di sfociare nell’euristica, nella pedagogia da salotto, e nella sterile polemica, anziché dare adito, come ci augurerebbe, a una critica ragionata. È dunque particolarmente utile, in questi e molti altri casi, fare un passo indietro, sforzandosi di osservare la situazione complessiva da un punto di vista esterno, il più obiettivo possibile.
A tale riguardo, possono esserci di aiuto la psicologia in generale, e la psicologia dello sviluppo in particolare. Ma sarà vero, poi, che i bambini d’oggi si comportano male? E i genitori, prendono forse troppo spesso le loro parti?
In primo luogo, è difficile, anche da un punto di vista meramente clinico, affermare che un bambino si stia comportando bene o male: escludendo a priori (nell’interesse della brevità) tutta una serie di circostanze eccezionali e francamente patologiche che abbracciano lo spettro di maltrattamenti e abusi minorili da un lato e la psicopatologia dall’altro, non esiste una definizione univoca, universale e universalmente condivisa di ciò che è giusto o sbagliato quando si tratta di comportamento.
Quest’ultimo, poi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, risulta tutt’altro che stabile, o anche solo esclusivamente dipendente da fattori disposizionali interni.
Se è certo che temperamento, personalità, valori, intelligenze e molte altre caratteristiche sostanzialmente stabili giocano un ruolo fondamentale nel determinare la condotta, essa dipende almeno in egual misura da elementi esterni alla persona, quale l’ambiente fisico, sociale e culturale, le relazioni interpersonali, il comportamento altrui.
Anche volendo giudicare un certo comportamento (o una tendenza comportamentale, per meglio dire), non si deve dimenticare quanto essa presenti specifici vantaggi e svantaggi associati alle circostanze esterne.
Un bambino pieno di energie, che non riesce mai a stare fermo e che agisce senza pensare può avere un effetto deleterio durante una lezione in classe, ma essere considerato naturalmente dotato ad esempio per un’attività sportiva.
Ora, da un punto di vista evolutivo, il concetto che più si approssima a quello di comportamento buono o cattivo è il cosiddetto grado di adattamento: un bambino è detto ben adattato (“si comporta bene”) quando riesce ad applicare un comportamento congruo alle circostanze e agli obiettivi che gli è richiesto di raggiungere; viceversa un bambino poco adattato (“si comporta male”) fatica a leggere le situazioni e le aspettative di chi lo circonda, e impossibilitato a selezionare una strategia funzionale mette in atto schemi comportamentali alternativi, chiaramente meno funzionali.
Tendenzialmente, l’adattamento è preferito al disadattamento sia dagli osservatori esterni che dal soggetto stesso: raramente un bambino “prova gusto” (altra aberrante accezione che talvolta circola attorno ai soggetti più dirompenti) a infastidire gli altri, a fare i capricci, e a combinare disastri.
A eccezioni di specifiche forme parafiliche masochistiche, né minori né adulti sono felici di sentirsi urlare contro (o peggio, a seconda dei metodi coercitivo-educativo prevalenti in uno specifico contesto).
Se mi passate una metafora informatica, è possibile intendere i bambini come dei computer il cui sistema operativo è ancora in fase di installazione: l’hardware funziona perfettamente, il software però non è ancora attrezzato per gestire tutte le funzionalità. Se non installate un browser, non ha senso urlare dietro al PC perché non vi permette di navigare su internet.
Similmente, gli esseri umani non dispongono di un sistema morale innato (in fondo, il comportamento “sbagliato” è spesso ricondotto alla violazione di una norma): alla nascita, semplicemente siamo troppo ego-centrati per notare anche solo l’esistenza di altre persone, figurarsi dei loro sentimenti e diritti.
In un secondo momento, che a grandi linee coincide con i primi inserimenti sociali all’asilo e alla scuola materna, apprendiamo che esistono delle regole, elenchi cioè di cose che si possono e non si possono fare: la nostra comprensione delle stesse è tuttavia ancora limitata, potremmo dire prioristica.
La norma non è intesa come una forma di accordo tra soggetti indipendenti e di rispetto verso i diritti dell’altro (non essere picchiato, possedere le proprie cose, ascoltare una lezione) quanto piuttosto di assoluti imposti “dall’altro”, dall’adulto, inviolabili e universali.
Secondo uno dei maggiori studiosi dello sviluppo morale, Lawrence Kohlberg, il raggiungimento degli stadi più elevati di moralità e responsabilità sociale diviene possibile solamente nel momento in cui riusciamo a distaccare la regola dall’autorità, la analizziamo nei suoi elementi costituitivi e ci impegniamo ad assumerne in prima persona la responsabilità di mantenimento.
Tenendo a mente questo, l’errore del bambino da istanza negativa e necessitante una punizione diviene occasione formativa: è un ottimo momento per introdurlo al mondo delle responsabilità morali, per insegnarli che il suo agire nel mondo non è neutro, ma reca con sé delle conseguenze, talvolta negativa, sull’ambiente che lo circonda.
Lo sbaglio può e deve portare a una riflessione, sempre in termini cognitivamente comprensibili al bambino stesso, ed eventualmente a una riparazione del danno causa, laddove possibile.
È facile dunque leggere esattamente dove si inserisca l’eccesso di giustificazione: in una società come quella contemporanea, dove prevalgono gli aspetti edonistico-affettuosi a discapito di quelli etico-disciplinari all’interno della famiglia, è facile imbattersi in eccessi di permissivismo.
Questi ultimi, anche e soprattutto quando rientrano nei confini della “normalità” (contrapposta alla “patologia” in senso clinico) assumono molte forme costituenti motivo di preoccupazione per genitori e professionisti, nonché fonte di intrattenimento ahimè per numerosi reality.
Se l’eccesso di zuccheri e vita sedentaria ha però delle conseguenze ben evidenti sul piano fisico e di (relativamente) immediata attivazione delle risposte, spesso schermare i propri figli da loro stessi e dalle conseguenze del loro comportamento porta a effetti deleteri a lungo termine, più silenti e per lo meno altrettanto difficili da estirpare che qualche chilo di troppo.
Parliamo di quei bambini e ragazzi che, giunti all’adolescenza, il periodo delle scelte riguardanti l’identità per eccellenza, si ritrovano senza alcuna misura, o per lo meno con misure quantomeno limitate/approssimative del Sé sociale e morale: senza dover scomodare certi fatti di cronaca che trovano più ragione in forme psicopatologiche di personalità latenti, parliamo di tutti quei giovani che troviamo senza progetti per il futuro e senza responsabilità per il presente, che anziché cogliere l’occasione di un momento della propria vita che offre occasioni irripetibili di uscire dal quotidiano e sperimentarsi fisicamente e intellettualmente, non riescono a ricondursi entro un orizzonte che motivi e dia valore al proprio agire (perché di valore, nel bene e nel male, il loro agito non ne ha mai avuto per gli adulti che si sono trovati attorno), e che più facilmente possono ricercare una qualche forma di senso, di sostanza nei cosiddetti comportamenti definiti a rischio quali l’abuso di alcol e sostanze, la guida pericolosa, come pure più banalmente l’abbandono scolastico e le varie forme di bullismo.
Come ci ricorda lo scrittore David Gerrold, non esiste diritto senza la responsabilità legata al suo esercizio: tale concetto rimane per me fondamento irrinunciabile della pratica pedagogica.
Checché affermino nichilisti e profeti di sventura, il mondo il cui viviamo è veramente eccezionale: il solo modo che abbiamo per permettere ai nostri figli di sperimentarlo appieno, rimane quello di insegnare loro a prendersene cura, una cura che può cominciare solamente dalle quattro mura del quotidiano.
 
 
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Vacanze da me, da te, dai social network
pubblicato il 6 luglio 2016
 
 
Tempo di vacanze!
Per alcuni significa partire, concedersi qualche ora o qualche giorno lontano dalle incombenze professionali, soli e con la famiglia e/o gli amici.
Per altri vacanza assume il significato di «mettere in stand by» relazioni di lavoro, amicali e ritagliarsi, anche in città, dello spazio per sé.
In realtà staccarsi completamente dai doverismi e dagli automatismi (in casi più seri, dalle dipendenze) che fanno parte della nostra vita, non è così facile e i social network ne sono un esempio.
Chi non ha amici virtuali per i quali, anche in vacanza, sente il bisogno di postare qualche foto, qualche frase, qualche augurio di buon compleanno?
Al di là del piacere di condividere un pensiero, un post che ci ha colpiti o un’immagine che ci rappresenta, spesso il bisogno di restare ancorati alle abitudini, nasconde la difficoltà sia di staccarsi della relazione non del tutto reali (quelle virtuali), sia di godere della vacanza.
Nel primo caso è possibile che il computer, lo smartphone e il tablet facciano parte di un modo acquisito e fatto proprio di comunicare, in «relazioni» sconfinate in cui è facile invadere ed essere invasi.
Ecco allora che un aperitivo, uno sguardo dagli scogli, un mal di pancia, non possono essere vissuti e provati senza che «il mondo» lo sappia e così ci ritroviamo a essere in intimità emotiva con la persona che abbiamo accanto proprio come lo siamo con una piattaforma virtuale.
Il nostro: «ti amo», «ti odio», «sono felice con te», «sono arrabbiata» varcano i confini di un rapporto a due e si dilatano come se l’essere visti dagli altri, ci permettesse di vedere e sentire meglio le emozioni legate all’evento.
Nulla ci appartiene più in modo intimo e l’immagine pubblica si fonde con quella privata impedendoci di dare le giuste valenze a entrambi.
I figli hanno album fotografici pubblici. I loro pianti, i loro sorrisi, non sono qualcosa che mamma e papà, nonni e zii, possono conservare, proteggere e rivivere insieme o da soli. Nascite, compleanni, matrimoni una volta avevano qualcosa di intimo e qualcosa di pubblico, ora quel confine e stato varcato (sebbene non da tutti) e il contatto con il mondo è h24.
Così la vacanza: ovvero quel periodo di libertà dal lavoro o dagli obblighi scolastici [1] non ci esonera dall’aggiornare il diario pubblico della nostra vita, coinvolgendo anche chi ne è ignaro o non può decidere e difendersi dal nostro bisogno di creare o  mantenere relazioni sociali.
Questa «necessità» di essere vista/o, apprezzato, giudicato può, in alcuni casi, nascondere l'incapacità di soddisfare un bisogno fondamentale: stare da soli con sé stessi.
Abbiamo sviluppato una sorta di dipendenza dall’altro, dal pubblico, dal giudizio. Incapaci di stare in silenzio, in vacanza dalla quotidianità, di ascoltare quello che nasce dentro di noi, ci puniamo con una solitudine tra relazioni virtuali.  
Prendere la distanza dagli altri ci sembra scorretto, impossibile, ingiusto e allora rinunciamo al bisogno di cercare e trovare noi stessi, per stare con chi spesso, non ha nulla da dirci.
Ci legge come legge mille altri post, mette un «Mi piace» distratto, oppure contesta senza capire.
Crediamo di «usare» un social, ma «siamo usati». Crediamo di essere in vacanza, ma viviamo delle stesse cose di ogni giorno.
Prendersi la libertà di riposare potrebbe essere il modo di entrare in contatto col nostro Sè, di cogliere pensieri, risorse utili al superamento di crisi, di accogliere quelle parti di noi che sentiamo ostili e confortarci per i progetti falliti ricaricando la mente.
Per poi tornare, con i famigliari, i parenti, gli amici e nemici di sempre a essere ciò che abbiamo deciso di mostrare di noi al mondo.

 

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