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Fratelli che si amano e fratelli che si odiano

dott.ssa Mariangela Ciceri
ricevo in Alessandria il venerdì mattino e pomeriggio 
presso il Centro Umanistico  
via Pisacane 29 Alessandria
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Ricordo che per tutto il mese di maggio sarà possibile richiedere una consulenza gratuita sulla genitorialità telefonando al 347.58.74.157 oppure inviando una e-mail a: cicerimariangela@gmail.com 


La nascita di un fratello o di una sorella è qualcosa di importante, positivo ma a volte, conflittuale.
L’amore può essere offuscato dalla gelosia. L’attenzione che genitori e parenti indirizzano con esclusività sul nuovo o la nuova arrivata può essere causa di malumore, insicurezza, paure e tensioni per il primogenito, che non è in alcun modo colpevolizzabile per ciò che prova e andrebbe aiutato a superare il periodo di criticità.
Una prima cosa da fare, quando il futuro neonato è ancora nella pancia della mamma è «liberarsi» delle persone che ad ogni occasione sciorinano le domande prive di senso, logica e utilità e le considerazioni meno opportune.
«Lo sai che adesso che arriva il fratellino toccherà a te badare a lui?»
«Lo sai che dovrai volergli bene?»
«Ora che arriva la sorellina avrà una nuova compagna di giochi!»
L’amore non è qualcosa che si può provare a comando e per un bambino la prima cosa con cui deve scendere a patti, nel momento in cui non sarà il solo minore della casa sono l’amore e l’attenzione dei genitori.
«I bambini» scrive Bollea «litigano per il possesso della madre.»
La gelosia è un sentimento che non può essere rinnegato. Va accolto, consapevolizzato e «sistemato» specialmente perché la gelosia nasce quando i genitori non sanno gestire la nuova situazione.
Alcuni non sanno accettare delle fisiologiche regressioni (compatibili con le età), altri vivono come uno tsunami i litigi come se la relazione tra fratelli dovesse avere come unica didascalia: e vissero tutti felici e tranquilli.
«I piccoli bisticci tra fratelli, fino alla tarda adolescenza non saranno mai gravi nel contesto di un clima famigliare armonioso: anzi più si bisticcia da piccoli, più si andrà d’accordo da grandi a patto che (…) non perduri nell’animo il ricordo di dolorose a cute ingiustizie subite da parte dei genitori.» (G. Bollea 2015).
Ciò che i genitori dovrebbero fare è non minimizzare gli stati d’animo del primogenito, ma ascoltare le sue proteste (se ce ne sono), la sua rabbia, le sue piccole e grandi provocazioni.
Comunicargli in ogni occasione che l’amore si moltiplica e non si divide. E che lui sarà amato allo stesso identico modo di prima.
Aiutarlo ad esprimere quello che prova, comprese le emozioni negative senza ostacolare espressioni quali: «Si stava meglio quando non c’era».
I giochi hanno un significato particolare e importante per i bambini, non possono essere presi e dati ad altri (come a un fratello minore) perché lo decide il genitore.
Il senso di proprietà va rispettato anche nei piccoli. 
Garantirgli spazi e tempi che non subiscano alcuna trasformazione dopo la nascita del fratello. Se era solito disegnare sul tavolo della cucina e adesso alla mamma viene comodo cambiare lì il neonato, questo deve avvenire senza che il bambino si senta cacciato via da un posto che era suo. Allo stesso modo se si era soliti guardare un cartone animato assieme prima di cena e adesso è l’ora dell’allattamento, sarebbe utile mediare le due necessità in modo che si costruiscano alleanze emotive e spazi per esprime paure e ansie.



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Nonni e genitori: istruzioni per l’uso

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Se da un lato a livello razionale è semplice capire e condividere il concetto di nonni ben apprezzati purché non intralcino (educativamente e non solo) il rapporto con i figli, comunicare le regole che garantiscano un saldo rispetto del confine non è facile.
Le ragioni sono molteplice e tutt’altro che semplici e hanno a che fare, oltre al rapporto preesistente tra genitore e genitori (il padre e la madre con la propria famiglia di origine) con il tipo di rapporto che c’è tra genero/nuora e suoceri.
Questo perché, pur riconoscendo l’inestimabile risorsa dei nonni, capita, e più frequentemente di quanto si immagini, che vengano a crearsi situazioni conflittuali.
Succede quando si instaurano dinamiche in cui il nonno/a, che pensa di avere più esperienza e capacità educativa (sia attraverso la fermezza che la «rigidità») mina l’autostima genitoriale, accrescendo quei dubbi e quelle incertezza fisiologiche. Oppure capita che problemi non risolti del rapporto che lega gli adulti in gioco emergano prepotentemente attraverso confronti, minacce, giudizi.
Frasi come: «Sei cattivo proprio come lo era tuo padre alla tua età!» «Tua mamma non era così capricciosa, ubbidiva, è colpa sua se non sei educata e di comporti male!»
Genitori non si nasce, ma neppure nonni.
Diveltarlo significa spogliarsi dai pregiudizi e dai giudizi che hanno accompagnato il precedente ruolo, quello di genitori, e indossare nuovi abiti mentali. Significa essere consapevoli di non rivestire più il ruolo di coloro che decidono, ma quello, se richiesto, di coloro che accompagnano, aiutano, sostengono.
Le loro opinioni, preziose oppure contestabili, andrebbero sempre ascoltate e poi confrontate con i progetti e le convinzioni dei genitori evitando, se ci sono diatribe di risolvere in presenza del bambino. 
I nonni, quando le relazioni inter famigliari, «funzionano» possono dare amore, tempo, pazienza e attenzioni importanti per i bambini. Possono essere un supporto economico (evitando il costo della babysitter), una fonte di confronto in caso di difficoltà, costruire un rapporto di complicità, rispetto e amore che ogni nipote porterà con sé anche quando sarà un uomo o una donna.
Occorre però essere comunicare in modo chiaro quelle che sono regole.
Accertarsi che quanto loro richiesto (in termini educativi) venga fatto, tenere presente che i bambini di oggi richiedono più energie fisiche e mentali di quelli di un tempo e che anche i nonni hanno diritto al loro tempo e non devono diventare i sostituti dei genitori per 24 ore al giorno tutti i giorni (salvo situazioni di emergenza).
In questo modo, non solo i rapporti famigliari saranno sereni e costruttivi, ma mostreremo ai nostri figli, come essere famiglia abbia un senso, un valore e sia una sicurezza.


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Relazioni pericolose

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Tutti abbiamo bisogno d'amore.
La psicologia sociale ha dimostrato da tempo che l'uomo è un animale sociale che riesce a definire la propria identità e individualità, confrontandola e confrontandosi nella relazione con gli altri.  
Il processo inizia con la prima esperienze di relazione che facciamo: quella materna. Crescendo reitereremo, amplificheremo, cambieremo quei comportamenti sperimentati e risultati inefficaci. O almeno dovremmo farlo.
Ci sono tuttavia situazioni in cui uomini e donne, pur avendo vissuto relazioni di coppia inadeguate che hanno causato sofferenza, frustrazione, dolore e delusione, tendono a ricercare la stessa tipologia di partner, ritrovandosi in breve, nella stessa insofferente situazione già vissuta.
Vediamo quali sono le ragioni che inducono a scegliere una persona, ipotizzando che possa essere l'Amore della nostra vita.
La nostra metà ideale, il più delle volte viene scelta in modo irrazionale.
Per le persone abituate a compiere scelte di vita o professionali basate sul ragionamento, l'esperienza può essere destabilizzante. 
L'innamorarsi è un processo che inizia e si sviluppa a livello emotivo, soddisfacendo quei bisogni inconsci di cui non siamo consapevoli e ha le sue radici nella relazione avuta in precedenza con le figure di accudimento (genitori).
Se siamo state bambine felici cercheremo nell'uomo ideale quegli aspetti (caratteriali e non) che erano tipici del genitore di sesso opposto.
Il ragionamento vale ovviamente anche nel caso degli uomini.
Se invece abbiamo della nostra infanzia un ricordo negativo, cercheremo un uomo che sia l'opposto di ciò che è stato nostro padre.
La ragione è semplice: nel primo caso stiamo cercando di ricreare la situazione di accudimento persa, nel secondo un modo per 'guarire' dalle cicatrici delle ferite riportare.
Il problema è che in quest'ultimo caso, il bisogno di consolare  e mettere quindi a tacere una parte di noi, rischia di condizionare il nostro modo di scegliere l'altro.   
Quando accade e siamo convinti di aver trovato la persona giusta per noi, in realtà ci siamo innamorate dell'idealizzazione di lui. E la delusione sarà la conseguenza più immediata.
Consapevolizzare e concretizzare le aspettative nella relazione e comprendere quanto siamo disposti a mediare il nostri bisogni con quelli di chi abbiamo accanto, permetterà di intraprendere un viaggio tra adulti, lasciando la compensazione di bisogni infantili ad altre figure professionali.
 

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Insegnanti e burn-out.


dott.ssa Mariangela Ciceri
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Con burn-out, secondo Maslach che con Susan Jackson sviluppò una scala per valutarlo, è una sindrome da esaurimento emotivo, che può insorgere in persone che giornalmente lavorano a contatto con la gente.
Tra le categorie a «rischio», c'è quella degli insegnanti il cui studio sulla manifestazione ed incidenza ha condotto gli autori all'inserimento di un quarto elemento tra le manifestazioni del disturbo: «la perdita della capacità del controllo, cioè lo smarrimento di quel senso critico che consente di attribuire all’esperienza lavorativa la giusta dimensione.'»        
Altri elementi sono:
  • affaticamento fisico ed emotivo,
  • atteggiamento distaccato e apatico nei rapporti interpersonali,
  • sentimento di frustrazione per mancata realizzazione delle proprie aspettative
Conseguenze di tali connotazioni emotive sono le percezioni disadattive e disfunzionali che la professione di insegnante sia rappresentativa della vita di relazione, causando reazioni sproporzionate agli eventi.
L'attenzione di alcuni autori è stata recente posta sul rischio delle conseguenze sia a livello di impatto lavorativo, considerata la loro utenza, ossia bambini e adolescenti, sia a livello personale.
Lo studio Getsemani porterebbe a ritenere che, quando trascurata, la sindrome possa trasformarsi in patologia psichiatrica.
Un'ulteriore attenzione, inoltre, è stata data ai fattori predisponenti l'insorge del burn-out quali modalità di relazione interpersonale e le possibilità di intervento mirato a contenere il disagio nei professionisti dell'insegnamento.
Sportelli di ascolto ed esplorazione dei coping attivati in contesti lavorativi percepiti come stressogeni, potrebbero diminuire i fattori di rischio.
I lavori, in questo senso dovrebbero aiutare l'insegnante a:
  • ridurre le aspettative idealistiche prendendo contatto con una realtà sociale, e quindi anche educativa, che non è più quella di un tempo
  • valutare le motivazioni che hanno spinto alla scelta di quella professione alla luce dei cambiamenti culturali e del bisogno di integrazione
  • cercare e trovare nuovi e diversi interessi capaci di lenire l'ansia lavorativa
  • parlare delle emozioni e delle sensazioni alla base della tensione che sostiene il burn-out
Questo perché se da un lato '(...) quasi un milione d’insegnanti ha un alto rischio professionale di sviluppare una patologia psichiatrica rispetto ad altre categorie di lavoratori; più di otto milioni di studenti con le rispettive famiglie sono a rischio di fruire di un servizio inefficiente per assenze e demotivazione del personale docente.'
Una tutela quindi essenziale per l'insegnante ma anche per i bambini che si 'incontrano' con un malessere di cui non sono responsabili. (fonte: www.edscuola.it) 

 

 

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Adolescenti e autostima


dr.ssa Mariangela Ciceri
per approfondire l'argomento, consulenze o colloqui puoi contattarmi al 3475874157
 oppure inviare una e-mail a: cicerimariangela@gmail.com
 
Parlare e farsi ascoltare dagli adolescenti per alcuni genitori può rappresentare una sfida. Evasivi, irritabili, «chiusi» nel loro mondo, possono dare l’impressione di non avere alcuna intenzione di dialogare, comunicare, prendere in considerazione ciò che viene loro detto. La altalenante opinione che hanno di sé (a volte si sentono infallibili, altre volte «pessimi»), la ricerca costante di essere parte di qualcosa di più grande della famiglia che li ha cresciuti, può avere a che fare con l’autostima, ovvero con la percezione che hanno delle loro qualità e capacità, risorsa che si sviluppa-rafforza dal confronto costante e ininterrotto tra ciò che sentiamo e ciò che gli altri ci rimandano.
Spetta ai genitori gettare il seme per una buona valutazione di sé, e spetta sempre a loro coltivarlo nel rispetto dei tempi, del temperamento e del carattere dei figli. Se per qualche ragione ciò non è accaduto l’adolescenza può riportare a galla paure e preoccupazioni di non essere il figlio ideale, che ci si aspettava di avere. Per aiutarli può essere utile modificare la modalità di comunicazione usata.

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Adolescenti «arrabbiatissimi»


Ricevo in Alessandria, in via Pisacane presso il Centro Umanistico
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Chiunque si relazioni con un adolescente, figlio, nipote, conoscente o allievo, ben conosce come a volte sia difficile contenere quel lato aggressivo, che loro per primi hanno difficoltà a comprendere e a tenere sotto controllo.
Essere adolescenti non è semplice. Non sono semplici i conflitti che si devono gestire né le sfide che si devono accettare. Il corpo cambia, le cose che una volta erano garanzia di divertimento e tranquillità, come il gioco a carte con i nonni, o quel cartone animato che faceva ridere, perdono di valore. Ci si ritrova ad essere in un corpo che cambia e in balia di emozioni e desideri sbocciati all’improvviso, faticosi da comprendere e realizzare.
Possono avere l’impressione che tutti, in casa e fuori, si aspettino qualcosa da loro, un buon voto, un comportamento adulto, una buona educazione espressa attraverso un atteggiamento non ribelle. E perfino gli amici, possono non essere più quella gran compagnia che erano un tempo. La noia può diventare una assidua compagna, la rabbia una presenza costante.
Gli adolescenti non hanno un buon controllo sulle emozioni. Spesso le subiscono, cercano di decodificarle, possono addirittura esserne spaventati. Se la richiesta sociale (la scuola, il gruppo dei pari) e quella famigliare (la relazione con i genitori) innescano comportamenti stressogeni, l’adolescente può comunicare il suo malessere attraverso eccessi d’ira e comportamenti non del tutto funzionali.
La dottoressa Begnamini, psicoterapeuta dell’età evolutiva sostiene che ««I nostri ragazzi, più delle generazioni precedenti, sono afflitti da una profonda fragilità narcisistica che è il frutto dei modelli proposti dalla società».
Entrare nel mondo dei grandi significa percorre la passerella del giudizio, indossare maschere appropriate per celare agli occhi del mondo quelle insicurezze e paure che possono minare l’autostima e allora ARRABBIARSI può essere tutto quello che rimane da fare.  La risposta che da adulti, da genitori, amici, insegnanti possiamo dare è l’ascolto. Accogliere quella rabbia, lasciare che trovi il modo per essere raccontata, riconosciuta, espressa e solo dopo, quando tutto il dicibile è stato detto, da persone responsabili e autorevoli quali essere genitori e insegnanti impone, ridefinire quelle regole e quei comportamenti che riteniamo utili, necessari e inderogabili.  

 

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Gli adolescenti, le regole e gli stili educativi genitoriali.


Ogni coppia genitoriale ha un proprio concetto di educazione e se un tempo il modello assunto per educare i figli non era argomento di contestazione e giudizio, oggi sembra essere un elemento centrale di discussione. Secondo Diana Baumrind, psicologa clinica, ci sono 4 stili educativi.

Lo stile autoritario: in cui i genitori tendono a idealizzare il figlio, hanno difficoltà ad accettare l’imperfezione e a gestire il confronto. Impongono regole senza dare spiegazioni.

Lo stile permissivo: non danno regole. Hanno una tolleranza estrema, pretendono che il figlio sia in grado di auto-controllare i propri comportamenti e considerano, quelli sbagliati o inadeguati, «birichinate» per cui sorridere e minimizzare, creando confusione.

Lo stile autorevole: è la modalità più funzionale. Sono genitori che hanno un’idea chiara sulle regole, che sanno ben distinguere e comprendere la differenza tra una richiesta che non può essere accolta e la necessità di motivare il rifiuto. Sanno essere empatici ed emotivamente vicini ai figli, riconoscere lo stato d’animo del minore senza rinunciare a trasmettere messaggi educativi chiari e congruenti.

Lo stile trascurante: non sono presenti nella vita dei figli a cui demandano decisioni e regole. Incapaci di cogliere i loro bisogni, non sono in grado di stabilire regole relazionali o sociali.

Che ne pensi?
 
Ricevo in Alessandria. Per appuntamenti potete contattarmi al 347.58.74.157 

 
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Danni da stress lavoro correlato.

dott.ssa Mariangela Ciceri
Counselor Professionista Avanzato
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Alessandria
 
 

Parte prima.
 
Furono i sociologi americani degli anni ‘20 e ‘30 i primi a occuparsi delle ripercussioni psichiche e fisiche sui lavoratori, come conseguenza di situazioni stressogene vissute sul posto di lavoro.
L’interesse, di quella che venne chiamata «La scuola delle relazioni umane», non era puntata soltanto sul cercare di comprendere che cosa creasse malessere nel dipendente, ma anche quali strategie potessero essere usate per migliorare la produttività tenendo conto delle potenzialità individuali e della scarsa propensione del datore di lavoro a lasciare liberà la creatività del proprio lavoratore.
Occorre arrivare attorno agli anni ’40 per assistere ai primi veri interventi di controllo e prevenzione (infortuni) e almeno 10-15 anni dopo per incominciare a sentir parlare di «rischio psicosociale».
Consolidata l’idea che fattori psichici e fisici potessero interferire pesantemente con lo sviluppo di una azienda, condizionandone la produttività, l’argomento assunte una discreta rilevanza motivando gli studi successivi fino a quelli sullo stress lavoro correlato.
La parola STRESS, usata per la prima volta da Hans Seyle, definiva il corredo di risposte fisiologiche attivate di fronte a situazioni percepite come «pericolose», «minacciose», «opprimenti», «… una reazione aspecifica dell'organismo a quasi ogni tipo di esposizione, stimolo e sollecitazione (Seyle 1936).[1]
Si delinearono così le conseguenze di un vissuto stressogeno in correlazione con la sua intensità, persistenza e la capacità individuale e di attivare una risposta utile per sé (coping).
Gli effetti vennero suddivisi in 4 gruppi di risposta: fisico, cognitivo, emozionale e comportamentale.
 
Nel prossimo articolo li vedremo nel dettaglio.





[1] Selye, H., (1936). A syndrome produced by diverse nocuous agents. Nature, London 138, 30-32
 
 
 

 
 
 
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A proposito d'amore.


dott.ssa Mariangela Ciceri
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Amare è una delle prime cose che impariamo a fare.
Alla nascita ci innamoriamo di chi si prende cura di noi e contrariamente alle teorie freudiane, le quali sostenevano che l'amore verso la madre (o qualunque altra figura di accudimento) fosse conseguenza di un soddisfacimento (darci da mangiare), dagli studi di John Bowlby e Mary Ainsworth in poi questa teoria non fu più presa in considerazione.
Gli adulti, uomini o donne, sono condizionati nelle esperienze relazionali dall'interiorizzazione della prima esperienza d'amore.
Un bambino poco amato (o che si senta tale) crescerà con la sgradevole sensazione di essere immeritevole d’amore, mentre un bambino amato (o che si senta tale) svilupperà la fiducia di essere amabile non solo per i genitori, ma anche per altri.
Un legame affettivo materno deve essere costante, ricco di emozioni, saper mantenere una vicinanza emotiva anche quando si è distanti, dare conforto e sicurezza. Essere ciò che venne definita una «base sicura».
Le conseguenze di comportamenti inadeguati hanno ripercussioni complesse nei bambini che condizioneranno il loro essere adulti.
La capacità di amare, non è una capacità automatica, viene insegnata e appresa.
L'ultima cosa che desidera fare questo articolo è comunque puntare il dito contro le madri giudicate come «inadeguate» perchè dietro l'inadeguatezza, nella maggior parte dei casi, ci sono vissuti problematici, solitudine, depressione post-partum, scarsa autostima.
La capacità di instaurare una relazione durevole, emotivamente significativa da adulti, dunque, è fortemente legata a quella prima relazione d'amore.
La donna o l'uomo cresciuti in un ambiente valorizzante, creeranno un modello di Sè e dell'altro positivi. Sapranno accettare e gestire l'ansia legate alle relazioni, con fiducia, costruendo relazioni di coppia caratterizzate dalla capacità di intimità, considerazione per il partner, empatia ma soprattutto la capacità di gestire il conflitto una maniera costruttiva.
Contrariamente chi non ha avuto «una base sicura» supportiva e accogliente potrebbe provare bassa autostima, essere sempre alla ricerca di qualcuno che lo sostenga, richiedere costantemente attenzioni, generare dipendenze sia verso il giudizio, che verso la relazione.
Oppure avendo sviluppato un stile definito Distanziante avere alta fiducia in sé stesso senza interessarsi del giudizio degli altri anche se pensa di essere considerato arrogante, furbo, critico, serio e riservato. Il modello negativo che ha dell’altro lo porta a dare l’impressione di non apprezzare molto le altre persone talvolta, cinico o eccessivamente critico. Svaluta l’importanza delle relazioni e sottolinea l’importanza dell’indipendenza, della libertà e dell’affermazione. Le sue relazioni di coppia sono caratterizzate dalla mancanza dell’intimità, tendendo a non mostrare affetto nelle relazioni. Preferisce evitare i conflitti e si sente rapidamente intrappolato o annoiato dalla relazione.(www.atuttascuola.it).






Quel capriccio per un gioco nuovo

pubblicato lunedì 1 Agosto 2016

Negli anni '50 girava una canzone, cantata da Claudio Villa, dal titolo «Balocchi e profumi.»
Erano gli anni in cui far sentire una donna in colpa per la maggior parte delle cose che faceva o per le decisioni che prendeva, andava di moda.
Nello specifico, l'autore del testo aveva puntato il dito contro una madre che spendeva soldi dietro ai profumi e ignorava le richieste della figlia (che ovviamente moriva) di avere almeno un balocco.
Non sono del tutto sicura che il contesto sociale abbia smesso di far sentire le madri colpevoli delle loro scelte, tuttavia il rapporto con il bambino e il giocattolo non è cambiato e ci sono richieste spesso giornaliere, che non sempre (per filosofia di vita, scopo educativo o altro) possono essere soddisfatte.
Per alcuni questi comportamenti infantili, sono addirittura espressione di impertinenza e maleducazione da parte del minore, incapace di accontentarsi di ciò che ha e di sfruttare il gioco in tutte le sue potenzialità.
E' indubbio che ci siano bambini che sembrano non apprezzare ciò che hanno o che si dimostrano irriverenti e non riconoscenti davanti a un regalo.
Il rapporto tra il bambino e il giocattolo è un rapporto delicato e importante.
Una relazione da persona e oggetto che assume lo stesso significato di lavoro per l'adulto.
Giocare, vuol dire comprendere, capire, creare una relazione, stabilire capacità e difficoltà, trovare soluzioni al «problema».
E' una modalità per comprendere sé stesso il ciò che lo circonda, sostituendo le parti concrete del mondo che ha attorno, con altre fantastiche, capaci di lenire noia, paura, solitudine.
Come ogni strumento con cui entriamo in relazione, ci possiamo affezionare a tal punto da non riuscire a rinunciare a lui, oppure stancare fino a non volerlo più avere attorno.
Succede anche per i giocattoli.
Così, come a noi adulti capita di farci conquistare da un paio di scarpe grazioso, salvo poi trovarlo pacchiano e confinarlo in una scatola in cantina, ai piccoli capita di volere un giocattolo e dopo qualche minuto, dimenticarsi di lui.
La differenza è che nessuno ci giudica: incontentabili, cattivi, pretenziosi o altro, mentre il giudizio verso un minore che manifesta, nella modalità in cui è capace, la delusione, può essere duro e scatenare addirittura una punizione.
Immaginiamo Natale, oppure il nostro compleanno e immaginiamo di avere delle aspettative riguardo ai regali che potremmo ricevere.
Siamo persone a cui basta il pensiero, tuttavia quando Tizio o Tizia arrivano con un bel pacco, confezionato con eleganza e lo scartiamo, se siamo persone che odiano lavorare a maglia, oppure non lo hanno mai fatto in vita loro e non hanno alcuna intenzione di incominciare a farlo, non esulteremo dentro di noi, per quel gomitolo e quei ferri che ci osservano da una scatola molto bella.
Essendo però, persone educate, sorrideremo, ringrazieremo, in qualche caso mostreremo con il non verbale di non aver del tutto apprezzato il pensiero, ma difficilmente richiuderemo la scatola depositandola subito in cantina.
I bambini, non reagiscono in questo modo e se ricevono un oggetto che a loro non piace, non saranno spontaneamente interessati a compiacere chi hanno davanti ma anche davanti a un giocolatolo, proprio come a un gomitolo di lana, si può provare delusione, solo che i bambini piccoli, non hanno ancora acquisito la capacità di decodificare e comprendere l'emozione che stanno provando.
Spingerli a negarla, significa non aiutarli a capire quello che sentono dentro.
Al di fuori da situazioni che andrebbero valutate da professionisti (disturbi dell'attenzione ed altro) la richiesta di giochi nuovi, non può essere letta come l'incapacità di accontentarsi di ciò che ha o l'egoismo di voler avere «tanto».
Restano tuttavia le reazioni classificate come «capricci» davanti al rifiuto genitoriale di acquistare quel bell'aereo sullo scaffale del supermercato, e l'aspetto educativo dell'essere genitori che può passare attraverso la contrattualizzazione della richiesta.
Si può decidere di comperare un gioco al giorno, alla settimana, al mese, all'anno, spiegando le ragioni di quella decisione e aiutando il bambino a capirle, magari trovando prima un punto di unione con il partner: è terribile per un bambino sentire i genitori che discutono sull'opportunità o meno di comprare qualcosa per lui.
Questo  non significa che non ci saranno più richieste, solo che si forniranno delle spiegazioni che a volte andranno ripetute, con parole o frasi diverse perché dire a un bambino di 3 anni: «Non puoi volere un gioco nuovo oggi perché te l'ho comprato ieri e avevo detto che te ne avrei comprato uno a settimana» non ha alcun senso, per lui, il suo ieri corrisponde ai nostri dieci anni prima.
Ma soprattutto una volta deciso, salvo rare e spiegate eccezioni, occorrerebbe essere coerenti e indifferenti ai giudizi esterni.
Essere arrabbiato è un diritto di ogni essere umano, bambini compresi, i quali possono anche manifestare la propria rabbia buttandosi a terra e urlando, ponendoci in una situazione di imbarazzo e giudizio.
Ignoriamo i commenti degli altri, riconosciamo la nostra difficoltà e non incolpiamo il bambino per le emozioni che NOI stiamo provando.
Lasciamogli il tempo di smaltire la sua rabbia, con gli strumenti che ha a disposizione e solo dopo, quando tutti saremo più calmi, potremmo tornare su quanto accaduto e trovare un modo per evitare che succeda di nuovo.  I capricci sono spesso le uniche modalità che il bambino può usare per dirci: «non so cosa fare, non capisco quello che provo, sono in difficoltà.»






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Educare punendo?
pubblicato il 28 luglio 2016

La maggior parte di noi, mamme e papà, nonne e nonni, educatrici ed educatori, siamo nati e cresciuti in un momento storico in cui l'educare e l'insegnare a 'stare al mondo' è passato anche se non soprattutto attraverso una forma educativa che non risparmiava le punizioni fisiche.

Incontro spesso persone che mi dicono: 'Sono cresciuto o cresciuta a suon di sberle e non sono cresciuta male' e ancora: 'se avessero un genitore che desso loro qualche schiaffone, non sarebbero maleducati come sono.'
Viene spontaneo allora pensare che lo schiaffo e la punizione, usati come mezzo educativo, sia, nel pensiero dell'adulto che li usa, un modo per dire al bambino che ciò che sta facendo o dicendo è sbagliato.
Esempi di interventi 'educativi' ce ne sono tantissimi: la reazione genitoriale davanti a un brutto voto, la disattenzione scolastica che certi insegnanti tentano o sono convinti di poter sanzionare con una nota, ma anche il non aver studiato o eseguito un compito, l'aver rotto il gioco del compagno e tantissimi altri.
Ogni genitore ha il suo modo per educare-punendo che spesso ha delle similitudini con la modalità usata dei suoi genitori per farlo sia di tipo emulativo che opposto a quello subito.
Proviamo a ragionare sul significato della punizione. Secondo il vocabolario è un atto che provoca sofferenza, inteso a correggere una persona o a farle espiare il male commesso.
Non ci sono significati più blandi. Lo schiaffo ma anche l'impedimento all'uso del gameboy provocano sofferenza, quindi si dovrebbe partire dall'assunto che un genitore, un nonno, un educatore crede di poter educare attraverso il dolore fisico o psichico mostrando però il modo 'giusto' di comportarsi.
Quindi il bambino che riceve una sculacciata o una punizione di altro tipo perchè ha rotto la macchina al compagno di giochi, apprenderà che un modo per ridare equilibrio a una situazione (quando qualcuno mi romperà qualcosa) sarà picchiando o castigando.
Per i piccoli, gli adulti, siano essi genitori o insegnanti sono dei modelli. Persone da cui trarre informazioni su come sia giusto comportarsi e su quali concessioni siano considerate socialmente accettabili.
Essere puniti genera dolore, rabbia e frustrazione.
Provoca vissuti emotivi che possono condizionare la percezione di Sè, indebolire l'autostima in un periodo in cui andrebbe invece valorizzata.
Se per comunicare con un bambino di fronte a un comportamento scorretto, useremo urla e punizioni, penseranno che sia quello l'unico modo per stare con chi non fa ciò che riteniamo giusto faccia e reitererà comportamenti simili anche in futuro.
L'altro aspetto negativo di una punizione che non abbia la funzione di educare, ma quella appunto di punire, sta nel fatto che 'ci si abitua' al dolore e alla frustrazione e si cercano modi per 'uscirne' attraverso l'indifferenza, la rabbia, la provocazione.
Resta fermo il punto che i bambini vanno educati.
Occorre insegnare loro cosa è giusto fare e cosa, se fatto, provoca delle conseguenze.
Le punizioni quindi non dovrebbero essere usate con leggerezza, quotidianamente. Se un bambino si comporta in modo così irritante e distruttivo da dover agire ogni giorno una punizione, non è più un problema educativo, ma un problema relazionale.
Punire di fronte a comportamenti gravi e seri, tenendo però conto dell'età, dell'intenzionalità e di cosa, attraverso quel comportamento voleva comunicarci, ha un senso solamente se la punizione è breve, immediata e chiaramente spiegata.
Punirlo oggi per quello che ha fatto a scuola ieri, non ha alcun senso.
Aspettare l'arrivo dei genitori: 'Lo racconterò alla mamma, così si arrabbierà e ti punirà' è ancora peggio.
Fare note perchè non 'sei attento a scuola', al massimo invia al bambino il messaggio del: io adulto non so relazionarmi con te bambino e per riuscire a farti rispettare le mie regole, ho bisogno di un altro adulto che interagisca con te.
Ricordiamo che i bambini, se piccoli, non riescono a collegare causa-effetto e la scoperta del mondo o la difficoltà di capire le emozioni che stanno dietro i loro comportamenti li spinge a fare cose che da adulti vediamo come da punire ma che per loro sono solo azioni.
Dire: 'quarda quello che hai fatto, cattivo!' a un bambino sotto i 6 anni, non ha senso.
Il contesto entro il quale si decide di intervenire per educare può fare la differenza. Mortificarlo di fronte ad altri o in un luogo che lo spaventi, non solo non è educativo, ma crudele.
Immaginiamo noi adulti in una situazione analoga. Ho fatto, sul lavoro qualcosa di sbagliato. Mi viene detto con discrezione che ho agito in modo scorretto oppure mi viene fatto notare di fronte ad altri colleghi, in modo plateale.
Punire inoltre è un rinforzo negativo.
Per educare anziché porre l'attenzione su quello che di sbagliato fanno i nostri figli, si dovrebbe sottolineare ciò che di bello, positivo e creativo fanno.
Invece, purtroppo, diamo le cose migliori per scontate.
Di fronte a un bel voto pensiamo che abbia fatto solo il suo dovere, di fronte a un’insufficienza, pensiamo sia giusto sottolineare l'insuccesso, come se noi, bambini castigati da genitori educati a loro volta a castigare, fossimo adulti perfetti.
Concludo con una frase di Vittorino Andreoli: 'È bellissimo educare, significa tirare fuori e non imporre, come spesso si crede.'



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Genitori che giustificano troppo i comportamenti sbagliati dei figli

articolo del dottor Federico Brajda Bruno dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche Laureando in Psicologia dello sviluppo e Comunicazione

pubblicato il 13 luglio 20016

“I genitori di oggi viziano i figli, i genitori di oggi non hanno polso, i genitori di oggi concedono tutto”: quale che sia la variante del tema con cui siete più familiari, è inutile negare quanto simili argomentazioni abbondino.
Non che esse siano prive di valore, anzi: certamente esse fanno da spia a certe modifiche storico-culturali che hanno investito nell’ultimo mezzo secolo e stanno investendo a tutt’oggi l’istituto della famiglia.
Come spesso accadde quando si tratta di temi delicati, tuttavia, il discorso rischia fin troppo spesso di sfociare nell’euristica, nella pedagogia da salotto, e nella sterile polemica, anziché dare adito, come ci augurerebbe, a una critica ragionata. È dunque particolarmente utile, in questi e molti altri casi, fare un passo indietro, sforzandosi di osservare la situazione complessiva da un punto di vista esterno, il più obiettivo possibile.
A tale riguardo, possono esserci di aiuto la psicologia in generale, e la psicologia dello sviluppo in particolare. Ma sarà vero, poi, che i bambini d’oggi si comportano male? E i genitori, prendono forse troppo spesso le loro parti?
In primo luogo, è difficile, anche da un punto di vista meramente clinico, affermare che un bambino si stia comportando bene o male: escludendo a priori (nell’interesse della brevità) tutta una serie di circostanze eccezionali e francamente patologiche che abbracciano lo spettro di maltrattamenti e abusi minorili da un lato e la psicopatologia dall’altro, non esiste una definizione univoca, universale e universalmente condivisa di ciò che è giusto o sbagliato quando si tratta di comportamento.
Quest’ultimo, poi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, risulta tutt’altro che stabile, o anche solo esclusivamente dipendente da fattori disposizionali interni.
Se è certo che temperamento, personalità, valori, intelligenze e molte altre caratteristiche sostanzialmente stabili giocano un ruolo fondamentale nel determinare la condotta, essa dipende almeno in egual misura da elementi esterni alla persona, quale l’ambiente fisico, sociale e culturale, le relazioni interpersonali, il comportamento altrui.
Anche volendo giudicare un certo comportamento (o una tendenza comportamentale, per meglio dire), non si deve dimenticare quanto essa presenti specifici vantaggi e svantaggi associati alle circostanze esterne.
Un bambino pieno di energie, che non riesce mai a stare fermo e che agisce senza pensare può avere un effetto deleterio durante una lezione in classe, ma essere considerato naturalmente dotato ad esempio per un’attività sportiva.
Ora, da un punto di vista evolutivo, il concetto che più si approssima a quello di comportamento buono o cattivo è il cosiddetto grado di adattamento: un bambino è detto ben adattato (“si comporta bene”) quando riesce ad applicare un comportamento congruo alle circostanze e agli obiettivi che gli è richiesto di raggiungere; viceversa un bambino poco adattato (“si comporta male”) fatica a leggere le situazioni e le aspettative di chi lo circonda, e impossibilitato a selezionare una strategia funzionale mette in atto schemi comportamentali alternativi, chiaramente meno funzionali.
Tendenzialmente, l’adattamento è preferito al disadattamento sia dagli osservatori esterni che dal soggetto stesso: raramente un bambino “prova gusto” (altra aberrante accezione che talvolta circola attorno ai soggetti più dirompenti) a infastidire gli altri, a fare i capricci, e a combinare disastri.
A eccezioni di specifiche forme parafiliche masochistiche, né minori né adulti sono felici di sentirsi urlare contro (o peggio, a seconda dei metodi coercitivo-educativo prevalenti in uno specifico contesto).
Se mi passate una metafora informatica, è possibile intendere i bambini come dei computer il cui sistema operativo è ancora in fase di installazione: l’hardware funziona perfettamente, il software però non è ancora attrezzato per gestire tutte le funzionalità. Se non installate un browser, non ha senso urlare dietro al PC perché non vi permette di navigare su internet.
Similmente, gli esseri umani non dispongono di un sistema morale innato (in fondo, il comportamento “sbagliato” è spesso ricondotto alla violazione di una norma): alla nascita, semplicemente siamo troppo ego-centrati per notare anche solo l’esistenza di altre persone, figurarsi dei loro sentimenti e diritti.
In un secondo momento, che a grandi linee coincide con i primi inserimenti sociali all’asilo e alla scuola materna, apprendiamo che esistono delle regole, elenchi cioè di cose che si possono e non si possono fare: la nostra comprensione delle stesse è tuttavia ancora limitata, potremmo dire prioristica.
La norma non è intesa come una forma di accordo tra soggetti indipendenti e di rispetto verso i diritti dell’altro (non essere picchiato, possedere le proprie cose, ascoltare una lezione) quanto piuttosto di assoluti imposti “dall’altro”, dall’adulto, inviolabili e universali.
Secondo uno dei maggiori studiosi dello sviluppo morale, Lawrence Kohlberg, il raggiungimento degli stadi più elevati di moralità e responsabilità sociale diviene possibile solamente nel momento in cui riusciamo a distaccare la regola dall’autorità, la analizziamo nei suoi elementi costituitivi e ci impegniamo ad assumerne in prima persona la responsabilità di mantenimento.
Tenendo a mente questo, l’errore del bambino da istanza negativa e necessitante una punizione diviene occasione formativa: è un ottimo momento per introdurlo al mondo delle responsabilità morali, per insegnarli che il suo agire nel mondo non è neutro, ma reca con sé delle conseguenze, talvolta negativa, sull’ambiente che lo circonda.
Lo sbaglio può e deve portare a una riflessione, sempre in termini cognitivamente comprensibili al bambino stesso, ed eventualmente a una riparazione del danno causa, laddove possibile.
È facile dunque leggere esattamente dove si inserisca l’eccesso di giustificazione: in una società come quella contemporanea, dove prevalgono gli aspetti edonistico-affettuosi a discapito di quelli etico-disciplinari all’interno della famiglia, è facile imbattersi in eccessi di permissivismo.
Questi ultimi, anche e soprattutto quando rientrano nei confini della “normalità” (contrapposta alla “patologia” in senso clinico) assumono molte forme costituenti motivo di preoccupazione per genitori e professionisti, nonché fonte di intrattenimento ahimè per numerosi reality.
Se l’eccesso di zuccheri e vita sedentaria ha però delle conseguenze ben evidenti sul piano fisico e di (relativamente) immediata attivazione delle risposte, spesso schermare i propri figli da loro stessi e dalle conseguenze del loro comportamento porta a effetti deleteri a lungo termine, più silenti e per lo meno altrettanto difficili da estirpare che qualche chilo di troppo.
Parliamo di quei bambini e ragazzi che, giunti all’adolescenza, il periodo delle scelte riguardanti l’identità per eccellenza, si ritrovano senza alcuna misura, o per lo meno con misure quantomeno limitate/approssimative del Sé sociale e morale: senza dover scomodare certi fatti di cronaca che trovano più ragione in forme psicopatologiche di personalità latenti, parliamo di tutti quei giovani che troviamo senza progetti per il futuro e senza responsabilità per il presente, che anziché cogliere l’occasione di un momento della propria vita che offre occasioni irripetibili di uscire dal quotidiano e sperimentarsi fisicamente e intellettualmente, non riescono a ricondursi entro un orizzonte che motivi e dia valore al proprio agire (perché di valore, nel bene e nel male, il loro agito non ne ha mai avuto per gli adulti che si sono trovati attorno), e che più facilmente possono ricercare una qualche forma di senso, di sostanza nei cosiddetti comportamenti definiti a rischio quali l’abuso di alcol e sostanze, la guida pericolosa, come pure più banalmente l’abbandono scolastico e le varie forme di bullismo.
Come ci ricorda lo scrittore David Gerrold, non esiste diritto senza la responsabilità legata al suo esercizio: tale concetto rimane per me fondamento irrinunciabile della pratica pedagogica.
Checché affermino nichilisti e profeti di sventura, il mondo il cui viviamo è veramente eccezionale: il solo modo che abbiamo per permettere ai nostri figli di sperimentarlo appieno, rimane quello di insegnare loro a prendersene cura, una cura che può cominciare solamente dalle quattro mura del quotidiano.
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Vacanze da me, da te, dai social network
pubblicato il 6 luglio 2016
Tempo di vacanze!
Per alcuni significa partire, concedersi qualche ora o qualche giorno lontano dalle incombenze professionali, soli e con la famiglia e/o gli amici.
Per altri vacanza assume il significato di «mettere in stand by» relazioni di lavoro, amicali e ritagliarsi, anche in città, dello spazio per sé.
In realtà staccarsi completamente dai doverismi e dagli automatismi (in casi più seri, dalle dipendenze) che fanno parte della nostra vita, non è così facile e i social network ne sono un esempio.
Chi non ha amici virtuali per i quali, anche in vacanza, sente il bisogno di postare qualche foto, qualche frase, qualche augurio di buon compleanno?
Al di là del piacere di condividere un pensiero, un post che ci ha colpiti o un’immagine che ci rappresenta, spesso il bisogno di restare ancorati alle abitudini, nasconde la difficoltà sia di staccarsi della relazione non del tutto reali (quelle virtuali), sia di godere della vacanza.
Nel primo caso è possibile che il computer, lo smartphone e il tablet facciano parte di un modo acquisito e fatto proprio di comunicare, in «relazioni» sconfinate in cui è facile invadere ed essere invasi.
Ecco allora che un aperitivo, uno sguardo dagli scogli, un mal di pancia, non possono essere vissuti e provati senza che «il mondo» lo sappia e così ci ritroviamo a essere in intimità emotiva con la persona che abbiamo accanto proprio come lo siamo con una piattaforma virtuale.
Il nostro: «ti amo», «ti odio», «sono felice con te», «sono arrabbiata» varcano i confini di un rapporto a due e si dilatano come se l’essere visti dagli altri, ci permettesse di vedere e sentire meglio le emozioni legate all’evento.
Nulla ci appartiene più in modo intimo e l’immagine pubblica si fonde con quella privata impedendoci di dare le giuste valenze a entrambi.
I figli hanno album fotografici pubblici. I loro pianti, i loro sorrisi, non sono qualcosa che mamma e papà, nonni e zii, possono conservare, proteggere e rivivere insieme o da soli. Nascite, compleanni, matrimoni una volta avevano qualcosa di intimo e qualcosa di pubblico, ora quel confine e stato varcato (sebbene non da tutti) e il contatto con il mondo è h24.
Così la vacanza: ovvero quel periodo di libertà dal lavoro o dagli obblighi scolastici [1] non ci esonera dall’aggiornare il diario pubblico della nostra vita, coinvolgendo anche chi ne è ignaro o non può decidere e difendersi dal nostro bisogno di creare o  mantenere relazioni sociali.
Questa «necessità» di essere vista/o, apprezzato, giudicato può, in alcuni casi, nascondere l'incapacità di soddisfare un bisogno fondamentale: stare da soli con sé stessi.
Abbiamo sviluppato una sorta di dipendenza dall’altro, dal pubblico, dal giudizio. Incapaci di stare in silenzio, in vacanza dalla quotidianità, di ascoltare quello che nasce dentro di noi, ci puniamo con una solitudine tra relazioni virtuali.  
Prendere la distanza dagli altri ci sembra scorretto, impossibile, ingiusto e allora rinunciamo al bisogno di cercare e trovare noi stessi, per stare con chi spesso, non ha nulla da dirci.
Ci legge come legge mille altri post, mette un «Mi piace» distratto, oppure contesta senza capire.
Crediamo di «usare» un social, ma «siamo usati». Crediamo di essere in vacanza, ma viviamo delle stesse cose di ogni giorno.
Prendersi la libertà di riposare potrebbe essere il modo di entrare in contatto col nostro Sè, di cogliere pensieri, risorse utili al superamento di crisi, di accogliere quelle parti di noi che sentiamo ostili e confortarci per i progetti falliti ricaricando la mente.
Per poi tornare, con i famigliari, i parenti, gli amici e nemici di sempre a essere ciò che abbiamo deciso di mostrare di noi al mondo.


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