giovedì 13 luglio 2017

La fatica di essere come gli altri ci vogliono.


dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
Counselor Professionista Avanzato
riceve in Alessandria
per appuntamenti telefonare al 347.58.74.157

 

Fu Winnicott, pediatra e psicanalista inglese a introdurre i concetti di holding, spazio tansazionale, madre sufficientemente buona e falso Sè.[1]
Tralasciando i primi tre che riguardano la psicologia dello sviluppo, approdiamo al quarto che, sebbene si formi e trovi basi solide per accrescere nell'infanzia, quando questo è reso difficile e/o impossibile, trova la sua espressione nell’età adulta condizionando il modo di essere, di porsi, di comportarsi, di sentirci.
Il falso Sé, è il criterio con cui il bambino, di fronte alle cure inadeguate di una madre che non risponde ai suoi bisogni (alimentandolo, consolandolo…) perde il contatto con essi, adattandosi alle aspettative genitoriali ma rinnegando le sue necessità. Questo lo porterà ad adattare la propria volontà, sacrificando aspettative e desideri, nella costante quanto vana ricerca di una approvazione «dell’altro» fino a creare quello che l’autore ha definito: un Falso Sé.
In pratica il bambino diventa quello che la madre vuole che sia abituandosi a ingraziare la persona o le persone con cui costruisce (o tenta di farlo) delle relazioni significative.
Proprio come in una fiaba, però, trascorrono gli anni e il bambino diventa prima un adolescente e poi un adulto, abituato ormai a non ascoltare i suoi desideri, a fare quello che gli altri si aspettano che lui faccia, lasciandosi condizionare dall’approvazione sociale (di cui non riesce più a fare a meno) muovendosi in una realtà che nulla ha a che vedere con il suo Essere autentico.
Ricacciato il suo Vero Sé, per consentirgli di sopravvivere, sebbene senza diritto di parola, non gli resta che indossare la maschera più opportuna e vivere «recitando» la parte che gli è stata assegnata.
Può capitare all'ora, all'improvviso o lentamente che il Vero Sé trovi la strada per «emergere dal silenzio nel quale lo avevamo condannato» e che ciò che facciamo, il modo in cui viviamo o stiamo con gli altri, ci appaia estraneo, inutile, senza senso, perché non siamo e non facciamo ciò che vorremmo e essere e fare.
Può essere la sensazione di un attimo, di un giorno, di una intera vita.
Per comprendere ciò che ci sta accadendo, occorre scoprire cosa autenticamente siamo e proviamo rispetto ai bisogni e ai desideri.
Per dare voce a quel Sé tacitato per anni e a quel bambino che non è stato ascoltato e accolto come avrebbe dovuto, occorre «incontrarlo» attraverso un percorso che conduca a una buona conoscenza e consapevolezza di Sé.
Occorre riconoscere che lo abbiamo messo a tacere per tenerlo alla larga dalla manipolazione materna, per dargli la possibilità, quando saremmo stati adulti, di dire e chiedere le cose che ci impedivano di dire e chiedere.
Così degli ingegneri di successo potrebbero scoprire che avrebbero voluto fare i meccanici, e alcuni impiegati avrebbero voluto essere musicisti.
Essere autentici, liberarsi dalla Maschere, scoprire le proprie Ombre, non ha nulla a che vedere con l'essere sinceri.
Significa rientrare in contatto con una parte infantile importante per ognuno di noi.
Essere consapevoli, imparare a ricercare la consapevolezza significa entrare in contatto con i nostri sentimenti, con i bisogni inappagati, con i desideri mai espressi.
Da soli o con l'aiuto di qualcuno, intraprendere un viaggio dentro di Sé è una bella sfida che può riaccendere paure, dare voce alle insicurezze, tuttavia, come disse Donald Winnicott: «É un piacere mantenere i propri segreti, ma che tragedia non venire scoperti!
 

 

 

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[1] Sviluppo affettivo e ambiente, 1965

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