domenica 25 giugno 2017

Il bisogno di condividere bufale.


Non colpisce tutti, anche se a tutti è sicuramente capitato di aver condiviso o postato una notizia rivelatasi poi falsa. Per alcuni però  è l’unica modalità di relazionarsi sui social.
Si tratta di persone che sebbene apprendano, dopo averlo condiviso, che quanto stanno divulgando non corrisponde a realtà, continuano a percepirla come vera.
Un fenomeno che, se ci pensiamo bene, rapportandolo a una modalità educativa pre-social equivale a «dire le bugie» comportamento sanzionato nell’infanzia e in alcuni casi, sinonimo di un malessere profondo.
Ma cosa c’è alla base del bisogno di raccontare storie?
La conferma che il proprio mondo interiore, le proprie convinzioni, siano reali e abbiamo in senso.
L’attendibilità delle fonti è irrilevante per chi ha bisogno di rappresentare il mondo attraverso le proprie motivazioni e poco importa se quando detto è calunnioso, scorretto, inesatto.
Pubblichiamo e condividiamo quello che ci piace, ma inorridiamo quando sono gli adolescenti a fare ciò che più stiamo insegando loro: rende pubblico l’intimo e non interessarci alla veridicità o meno dei contenuti.
Raccontare e illudersi che quanto stiamo mostrando agli altri corrisponda a verità ci permette di non vedere come le cose sono realmente, costruiscono e rafforzano quell’immaginario interiore che ha bisogno di essere rafforzato per continuare ad esistere.
Ha tuttavia uno svantaggio: va continuamente rinnovato e per farlo è necessario navigare in qui siti ormai segnalati per inattendibilità delle fonti usate nel diramare notizie.
Ciò restringe il campo delle relazioni, con il rischio di perdersi in fantasie auto-confermanti che impediscono di farsi una reale idea del mondo e ciò che in esso di brutto o di bello, accade.
Concludo con una frase di Pope: «Chi racconta una bugia non sa che compito si sta assumendo, perché sarà obbligato ad inventarne altre venti, per sostenere la veridicità della prima» e nel caso delle bufale sui social, direi che, anche se non se rende conto, mette in moto due altri meccanismi «sociali»: arricchire chi «vive» sulla divulgazione di notizie inattendibili, guadagnandoci e fare disinformazione.
 
 
 
 
 
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