giovedì 25 maggio 2017

Mamme che lavorano: quando stare con i figli non è questione di «quantità» ma piuttosto di «qualità».

dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
Counselor Professionista Avanzato
riceve in Alessandria
per appuntamenti telefonare al 347.58.74.157
 
Separarsi dai propri figli non è mai facile.
Non c’è un’età in cui, dentro di noi, sentiamo che sia giunto il momento per lasciarli andare, convinte che, essere loro accanto, sia garanzia di protezione.
Quando poi il bambino è piccolo, e la dipendenza con la madre è ancora funzionalmente e fisiologicamente elevata, farlo per necessità o per soddisfare il proprio bisogno di realizzazione, può generare sensi di colpa che rendono più difficile demandare l'accudimento ad altri.
I nove mesi di gestazione e quelli subito dopo la nascita hanno costruito un legame fortissimo.
Secondo Winnicott, pediatra e psicanalista inglese, madre-figlio sono un'unità e le relazioni che si vengono a creare tra loro, sono emotivamente complesse e non solo fisiche.
Avere quindi un luogo, una scuola o la casa dei nonni, e persone che si prenderanno cura del bambino, non sempre significa aver soddisfatto quel bisogno di accudire che si è creato nel tempo e che ha bisogno di altro tempo per trovare una nuova dimensione.
Ci si può sentire madri egoiste per non essere rimaste con i propri figli, colpevoli per averli affidati a qualcuno che sicuramente non potrà sostituirsi completamente a noi e, in qualche caso, anche preoccupate che la persona che si prenderà cura del bambino possa diventare così importante per lui, da farci perdere parte del suo amore.
Tra i tanti ruoli che le mamme hanno, c'è anche quello di aiutare il figlio a gestire la separazione da lei e per farlo è importante riconoscere, accogliere ed esprimere quei sentimenti che rendono doloroso a noi l'allontanarsi di chi amiamo.
Ansia e sensi di colpa ci stanno dicendo che è trascorso un periodo importante ma che è concluso e che dobbiamo lasciarcelo alle spalle e aprirci a un'altra fase preziosa per il bambino e per la sua autonomia, tanto quanto lo è stato essere, per lungo tempo, l'unico suo «oggetto d'amore».
Le difficoltà però non si esauriscono nel malessere che ci fa da ombra fino al momento in cui ci ritroviamo con la prole. Capita che dopo la gioia iniziale di esseri ritrovati, il bambino pretenda da noi, un’attenzione esclusiva, persistente, di difficile gestione.
Oppure che nonostante desideriamo trascorre tutto il tempo che abbiamo con lui, necessità come riassettare casa o preparare la cena, diventino una priorità logica.
Così dopo una lunga giornata di separazione fisica, aggiungiamo all’esperienza comune, una separazione emotiva, cercando soluzioni non sempre valide: la televisione, il computer, oppure il rimprovero: «possibile che con tutti i giochi che hai, tu non sia capace di startene un po’ da solo?»
Nella maggior parte dei casi, però, è la nostra ansia, il nostro sentirsi schiacciati tra i doveri da rispettare e i desideri da tacitare a muovere il nostro comportamento.
I bambini, non hanno grandi pretese, e se ne hanno, spesso è perché vivono una situazione che necessita di attenzione.
Robbie Case, psicologo dell’infanzia, sosteneva che i essi sono «fin dalla nascita solutori di problemi».
È la qualità del tempo che riusciamo a ritagliarci con loro che farà la differenza, rispetto a una disponibilità prolungata ma conflittuale.
È la modalità con cui comunicheremo la gioia nel ritrovarci, e il rispetto per le emozioni che potrebbero seguire, come noia o rabbia per non aver voluto giocare con noi, che li aiuterà a crescere.
È il modo in cui riusciremo a esserci nonostante le incombenze che reclamano attenzione.
Senza dimenticare che ogni bambino è in grado di distinguere, sebbene a seconda dell’età non sia ancora in grado di comunicarlo, tra piacere di stare assieme e ansia del doversi prendere cura di lui.
 

 
 
 
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