martedì 23 maggio 2017

I bambini e gli attentati: spiegare loro qualcosa di inspiegabile.

dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
Counselor Professionista Avanzato
riceve in Alessandria
per appuntamenti telefonare al 347.58.74.157
 
Se è vero che l’interesse per gli eventi sociali non è elevato nei bambini, specie i più piccoli, è altrettanto vero che sono abilissimi nel percepire la tensione e la preoccupazione vissuta dai genitori dopo un evento come quello di Manchester.
A questo si unisce il fatto che, anche se non tutti ascoltano i telegiornali o prestano attenzione alle immagini pubblicate dai giornali ed esposte anche per attirare il lettore, ignorare quanto accaduto negli ultimi anni, è impossibile.
I bambini dunque, o per informazione diretta (se ne è parlato a scuola, a casa) o indiretta (ascoltando frammenti di conversazione tra adulti) sono consapevoli della tensione emotiva che investe tutti.
Il recente attentato inglese, inoltre, ha mietuto vittime giovani, mentre si stavano divertendo e ciò potrebbe essere causa di ulteriore tensione, specie se i genitori o le persone che trascorrono del tempo con loro, non sono «capaci» di informare senza aggravare la situazione.    
L’attenzione diretta all’evento e con essa il desiderio/bisogno di parlarne, varia da bambino a bambino.
Questo non significa per alcuni di loro, la morte delle persone non sia di alcun interesse, ma solo che non si sentono pronti o capaci di parlarne a livello cognitivo e/o emotivo. Ciò perché, indipendentemente dalla personale capacità di relazionarsi o interessarsi ai contesti sociali, parlare di morte è anche una necessità meramente soggettiva.
Inoltre non c’è un’età adatta o giusta, per affrontare cosa sta accadendo, non solo in Europa, ma in tutto il mondo, visto che le immagini e gli articoli sulla strage di bambini in paesi in guerra è per loro, ormai, la quotidianità.
Se poi il contesto famigliare nel quale vivono è alterato e condizionato da paure e insicurezze (non possiamo andare a Disneyland perché potrebbero fare un attentato; in questi periodo è meglio stare a casa; i luoghi affollati sono a rischio di attentati…) potrebbe generare un’apprensione che sarebbe meglio, fosse espressa.
Ogni età ed ogni bambino, però, necessita di delicatezza e scelta del linguaggio appropriato, svestito da contenuti politici (che hai bambini non interessano) e da quelle generalizzazione che non aiutano a superare o comprendere cosa sta accadendo (tutti gli extracomunitari sono cattivi).
Qualunque sia la nostra relazione con gli eventi, è importante che il bambino percepisca anche la sicurezza, perché è per loro una risorsa irrinunciabile. Sarebbe utile quindi contrapporre alla violenza l’amore: ci sono persone che uccidono e persone che salvano, molto più numerose delle prime. Ci sono i cattivi, ma anche i buoni facendo esempi concreti, comunicando anche le proprie paure ma rassicurando sul fatto che provale una tale emozione è naturale, ma superabile.
Non dimentichiamo che i nostri figli hanno tra compagni di scuola e di gioco anche bambini che provengono da aree geografiche in cui si muove il terrorismo e insinuare in loro il dubbio o l’ansia che il loro vicino di banco o il compagno di giochi sia uno di quelli che uccidono, non è né logico, né corretto.
E soprattutto non illudiamoli che quanto successo non accadrà mai più. Promettere qualcosa che tutti noi ci auguriamo, ma sul quale non abbiamo il controllo, li farebbe sentire ancora più insicuri. Darebbe loro la percezione che neppure i genitori possono garantire quella stabilità e sicurezza che nell’immaginario del bambino è fondamentale.
 
 

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