giovedì 13 luglio 2017

La fatica di essere come gli altri ci vogliono.


dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
Counselor Professionista Avanzato
riceve in Alessandria
per appuntamenti telefonare al 347.58.74.157

 

Fu Winnicott, pediatra e psicanalista inglese a introdurre i concetti di holding, spazio tansazionale, madre sufficientemente buona e falso Sè.[1]
Tralasciando i primi tre che riguardano la psicologia dello sviluppo, approdiamo al quarto che, sebbene si formi e trovi basi solide per accrescere nell'infanzia, quando questo è reso difficile e/o impossibile, trova la sua espressione nell’età adulta condizionando il modo di essere, di porsi, di comportarsi, di sentirci.
Il falso Sé, è il criterio con cui il bambino, di fronte alle cure inadeguate di una madre che non risponde ai suoi bisogni (alimentandolo, consolandolo…) perde il contatto con essi, adattandosi alle aspettative genitoriali ma rinnegando le sue necessità. Questo lo porterà ad adattare la propria volontà, sacrificando aspettative e desideri, nella costante quanto vana ricerca di una approvazione «dell’altro» fino a creare quello che l’autore ha definito: un Falso Sé.
In pratica il bambino diventa quello che la madre vuole che sia abituandosi a ingraziare la persona o le persone con cui costruisce (o tenta di farlo) delle relazioni significative.
Proprio come in una fiaba, però, trascorrono gli anni e il bambino diventa prima un adolescente e poi un adulto, abituato ormai a non ascoltare i suoi desideri, a fare quello che gli altri si aspettano che lui faccia, lasciandosi condizionare dall’approvazione sociale (di cui non riesce più a fare a meno) muovendosi in una realtà che nulla ha a che vedere con il suo Essere autentico.
Ricacciato il suo Vero Sé, per consentirgli di sopravvivere, sebbene senza diritto di parola, non gli resta che indossare la maschera più opportuna e vivere «recitando» la parte che gli è stata assegnata.
Può capitare all'ora, all'improvviso o lentamente che il Vero Sé trovi la strada per «emergere dal silenzio nel quale lo avevamo condannato» e che ciò che facciamo, il modo in cui viviamo o stiamo con gli altri, ci appaia estraneo, inutile, senza senso, perché non siamo e non facciamo ciò che vorremmo e essere e fare.
Può essere la sensazione di un attimo, di un giorno, di una intera vita.
Per comprendere ciò che ci sta accadendo, occorre scoprire cosa autenticamente siamo e proviamo rispetto ai bisogni e ai desideri.
Per dare voce a quel Sé tacitato per anni e a quel bambino che non è stato ascoltato e accolto come avrebbe dovuto, occorre «incontrarlo» attraverso un percorso che conduca a una buona conoscenza e consapevolezza di Sé.
Occorre riconoscere che lo abbiamo messo a tacere per tenerlo alla larga dalla manipolazione materna, per dargli la possibilità, quando saremmo stati adulti, di dire e chiedere le cose che ci impedivano di dire e chiedere.
Così degli ingegneri di successo potrebbero scoprire che avrebbero voluto fare i meccanici, e alcuni impiegati avrebbero voluto essere musicisti.
Essere autentici, liberarsi dalla Maschere, scoprire le proprie Ombre, non ha nulla a che vedere con l'essere sinceri.
Significa rientrare in contatto con una parte infantile importante per ognuno di noi.
Essere consapevoli, imparare a ricercare la consapevolezza significa entrare in contatto con i nostri sentimenti, con i bisogni inappagati, con i desideri mai espressi.
Da soli o con l'aiuto di qualcuno, intraprendere un viaggio dentro di Sé è una bella sfida che può riaccendere paure, dare voce alle insicurezze, tuttavia, come disse Donald Winnicott: «É un piacere mantenere i propri segreti, ma che tragedia non venire scoperti!
 

 

 

Copyright © 2016 Mariangela Ciceri L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via e-mail, saranno immediatamente rimossi.



[1] Sviluppo affettivo e ambiente, 1965

sabato 8 luglio 2017

Io mi Ascolto!


 
dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
Counselor Professionista Avanzato
riceve in Alessandria
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In un mondo in cui, complici i social, la comunicazione sembra essere al primo posto nei pensieri dei più, l'ascolto di sé stessi ha perso in parte il suo significato e la sua valenza curativa.
Capita di essere così presi dal bisogno di «postare» e «condividere» informazioni, fotografie, riflessioni da dimenticare e perdere l’abitudine a un altro tipo di comunicazione: quello con noi, o meglio, con la parte più intima di noi.
In alcuni casi quella che non siamo stati abituati ad ascoltare perché, fin da piccoli, nessuno l’ha «ascoltata» o addirittura ne ha permesso l’esistenza.
È quel bagaglio emozionale, esistenziale, esperienziale che possiamo tacitare e «nascondere», che non mostriamo al pubblico, che, a volte, ci difende dalla paure più intime e senza il quale non saremmo ciò che siamo, nel bene e nel male.
Non ascoltarla (la parte più intima di noi) rende «particolare» la nostra esistenza, la modifica, la rende «incompleta», tacitando ciò che vorrebbe trovare un modo per avere la nostra attenzione.
Non perdere di vista questo bagaglio inestimabile tuttavia, richiede esercizio e una costante consapevolezza del presente.
Di quello che siamo, di quello che vogliamo, di quello che progettiamo, di quello che temiamo, di chi o cosa, hanno il potere di cambiare l'opinione che abbiamo di noi, oppure solo metterla in discussione.
L'ascolto interiore spesso è difficile, o lo diventa, quando diamo ampio spazio a quelle che Berne (fondatore dell'Analisi Transazionale) ha chiamato «ingiunzioni»: messaggi che il genitore invia al bambino.
Possono essere verbali ma anche non verbali, razionali e non, ma veicolano una comunicazione forte: inducono il ricevente a pensare di non essere accettato.
Queste, unitamente agli «ordini», frasi dette da genitori consapevoli in modo voluto e che apparentemente sembrerebbero essere in opposizione alle ingiunzioni, possono condizionare pesantemente la percezione di noi costringendoci a comportamenti disfunzionali e penalizzanti.

Sono esempi di ingiunzioni frasi del tipo:
Vorrei non fossi mai nata,
Per colpa tua ho rinunciato a...,
Per prendermi cura di te ho dovuto...,

Mentre gli ordini sono:
Sii perfetto!
Non sbagliare!
Non devi piangere!
Devi essere forte...!

Facendoci sentire inadeguati, ingiunzioni ed ordini vanno a plasmare l'autostima in modo insufficiente, rendendoci schiavi del giudizio esterno (prima genitoriale, poi del marito/moglie, nel lavoro, nelle relazioni), facendoci sentire inadeguati, sbagliati, colpevoli, perennemente alla ricerca di adesione a modelli troppo lontani da ciò che siamo.
Secondo William James tra le componenti del Sé ci sarebbero i Sé attuali: quello materiale, quello sociale, quello spirituale, che assieme ai Sé possibili e potenziali sono costrutti innati dovuti al rapporto tra realizzazione e obbiettivo.
Quando nel tentativo di perseguirli, non prestiamo attenzione a ciò che realmente siamo, solitudine, incertezza ed ansia, possono invadere uno spazio inascoltato.
Imparare l'ascolto di Sé può aiutare a cambiare il modo di giudicarci, di lasciarci giudicare, focalizzare al meglio gli obbiettivi, ipotizzare e adattarsi al cambiamento, definire, descrivere e modificare, quello che nella nostra vita, non funziona.    
 
 
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lunedì 3 luglio 2017

Vacanze possili e impossibili


dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
Counselor Professionista Avanzato
riceve in Alessandria
per appuntamenti telefonare al 347.58.74.157

 
L’estate è considerata in tempo delle vacanze, reali o presunte, oppure solamente attese da tempo, contando i giorni che ci separavano da una meritata pausa.
Quella che, alla lettera, significa: periodo di sospensione dalle attività lavorative e scolastiche, dedicato al riposo e al divertimento (DIB - Di Mauro - Moroni) trascorribili in qualunque luogo purché consentano di prenderci una sosta della routine.
Per alcuni tuttavia interrompere il meccanismo «lavorativo» o le consuetudini, pur avendone la possibilità, risulta difficile se non addirittura ansiogeno e l’dea di avere del tempo a disposizione da colmare, trasforma la vacanza in qualcosa che «va fatta» ma senza smettere di essere produttivi.
Alla base di tale difficoltà potrebbero esserci diverse ragioni:
  • l’incapacità di «annoiarsi» vivendo un periodo di inattività come qualcosa di negativo, a cui dover porre rimedio
  • la difficoltà a stare da soli con se stessi, ascoltando le proprie emozioni e riflettendo su eventi, occasioni, difficoltà
  • la convinzione che non sia giusto interrompere la propria disponibilità verso chi è abituato a trovarci sempre pronti a dare il massimo verso delle richieste che potrebbero essere avanzate altrove
Per alcuni, inoltre, vi è il pensiero di non aver meritato il tempo che hanno davanti, perché mentre lavorano lo sottraggono ad altri e quindi vivono la vacanza come una doverosa necessità di compensare le proprie  passate assenze.
Tutte «giustificazioni» che concorrono a falsare la percezione che abbiamo degli eventi e delle nostre capacità di gestirli. 
Viviamo in un contesto sociale in cui la «relazione» con l'altro, seppur superficiale e spesso veicolata dai social, è dovuta, più che voluta ma riveste un ruolo fondamentale che ci porta a sviluppare una sorta di dipendenza con i messaggi, i post, i selfie, rendendoci incapaci di stare in silenzio, ascoltare quello che nasce dentro di noi e condannandoci, a volte, a una solitudine in mezzo alla folla.
Prendere la distanza dagli altri ci sembra scorretto, impossibile, ingiusto e allora rinunciamo al bisogno di cercare e trovare noi stessi per stare con chi spesso, non ha nulla da dirci per condividere informazioni fantasiose, infilarci in discussioni senza finalità. Tutto pur di non «dover» stare da soli.
Eppure riscoprire il proprio mondo interiore, entrare in contatto col nostro profondo, consente di ridurre l'ansia, di cogliere pensieri, risorse utili al superamento di crisi, di accogliere quelle parti di noi che sentiamo ostili e confortarci per i progetti falliti ricaricando la mente.
Staccarsi dal quotidiano, pur restando dove fisicamente siamo ogni giorno, ci solleva dalla sensazione di stanchezza fisica e mentale, dall'impressione che nulla di ciò che facciamo sia o vada come vorremmo che fosse o che andasse.
Saper dire no, non essere disponibili alle costanti, scontate e a volte inutili richieste dell'altro, significa ritrovare e riscoprire nuove fermezze nel lavoro e nelle relazioni affettive.
Nascondersi dagli altri allenta ansia e nervosismo, condendoci il tempo di ricaricarci di emozioni, riconoscere i bisogni, trasformali in progetti realizzabili.

 


 

Testi Copyright © 2017 Mariangela Ciceri - L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Le immagini Copyright © 2017 Brajda Bruno Gabriele

 

domenica 25 giugno 2017

Il bisogno di condividere bufale.


Non colpisce tutti, anche se a tutti è sicuramente capitato di aver condiviso o postato una notizia rivelatasi poi falsa. Per alcuni però  è l’unica modalità di relazionarsi sui social.
Si tratta di persone che sebbene apprendano, dopo averlo condiviso, che quanto stanno divulgando non corrisponde a realtà, continuano a percepirla come vera.
Un fenomeno che, se ci pensiamo bene, rapportandolo a una modalità educativa pre-social equivale a «dire le bugie» comportamento sanzionato nell’infanzia e in alcuni casi, sinonimo di un malessere profondo.
Ma cosa c’è alla base del bisogno di raccontare storie?
La conferma che il proprio mondo interiore, le proprie convinzioni, siano reali e abbiamo in senso.
L’attendibilità delle fonti è irrilevante per chi ha bisogno di rappresentare il mondo attraverso le proprie motivazioni e poco importa se quando detto è calunnioso, scorretto, inesatto.
Pubblichiamo e condividiamo quello che ci piace, ma inorridiamo quando sono gli adolescenti a fare ciò che più stiamo insegando loro: rende pubblico l’intimo e non interessarci alla veridicità o meno dei contenuti.
Raccontare e illudersi che quanto stiamo mostrando agli altri corrisponda a verità ci permette di non vedere come le cose sono realmente, costruiscono e rafforzano quell’immaginario interiore che ha bisogno di essere rafforzato per continuare ad esistere.
Ha tuttavia uno svantaggio: va continuamente rinnovato e per farlo è necessario navigare in qui siti ormai segnalati per inattendibilità delle fonti usate nel diramare notizie.
Ciò restringe il campo delle relazioni, con il rischio di perdersi in fantasie auto-confermanti che impediscono di farsi una reale idea del mondo e ciò che in esso di brutto o di bello, accade.
Concludo con una frase di Pope: «Chi racconta una bugia non sa che compito si sta assumendo, perché sarà obbligato ad inventarne altre venti, per sostenere la veridicità della prima» e nel caso delle bufale sui social, direi che, anche se non se rende conto, mette in moto due altri meccanismi «sociali»: arricchire chi «vive» sulla divulgazione di notizie inattendibili, guadagnandoci e fare disinformazione.
 
 
 
 
 
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mercoledì 14 giugno 2017

Amori sbagliati e relazioni che feriscono.


Di «amori sbagliati» ne parleremo mercoledì 28 giugno alle ore 18.30.
L'incontro è gratuito e, per ragioni di spazio, prevede la partecipazione di un numero non superiore a 8 persone.
E' pertanto gradita la pre-iscrizione entro mercoledì 28 giugno, inviando una e-mail a: cicerimariangela@gmail.com oppure telefonando al 347.58.74.157

Le esperienze di vita condizionano le decisioni che prendiamo.
Ciò è dovuto al fatto che gli eventi del passato hanno questo potere e ,a volte riconquistare il controllo della situazione, richiede impegno e fatica.
Succede così che dopo una serie di incontri o relazioni andate male di chiedersi:  «perché sono attratta sempre dalle persone sbagliate?»
Hazan e Shaver, in una ricerca del 1987, dimostrarono l’esistenza di una significativa connessione tra il modo in cui ci siamo sentiti amati dai genitori e quello con il quale ricerchiamo i partner.
In un articolo: Romantic love conceptualized as an attachment process, pubblicato su una prestigiosa rivista di psicologia il Journal of Personality and Social Psychology, riportarono gli esiti dello studio dichiarando che esistono tre tipologie relazionali che condizionano la scelta di chi vorremmo accanto per una sera o per tutta la vita.
Li definirono «forma di attaccamento» perché, come dimostrarono, avevano correlazioni significati con un altro meccanismo: il Modello di attaccamento, ovvero: «il legame particolare che unisce stabilmente il bambino alla madre o, comunque a una persona che si prende cura di lui a partire dalla nascita».[1]
Ne emerse che le persone con un attaccamento «sicuro» che avevano avuto una madre o una altra figura di accudimento capaci di comprendere le sue richieste, di rispondere in modo adeguato e funzionale ai bisogni e alle paure, riuscivano a vivere intensamente l’intimità di una relazione, a sentirsi sullo stesso piano dell’altro, a riconoscere e perdonare i propri errori e quelli altrui, ricucendo strappi emotivi sostenendo o chiedendo sostegno quando la situazione lo richiedeva.
Chi invece aveva trascorso la propria infanzia accanto a una persona che non era riuscita a comunicare fisicamente con lei/lui, evitando contatti fisici atti a ridurre situazioni di stress e di paura, tendeva a non riconoscere i propri bisogni reali all’interno della relazione di coppia. Mettevano se stessi in secondo piano, sempre e comunque, in nome di doverismi educativi introiettati da una madre che aveva loro impedito di accedere e relazionarsi con aspetti emotivi importanti quali la rabbia, la frustrazione, la paura, la fragilità.
Anche in una relazione percepita come «buona» queste persone non riuscivano a chiedere, non si riconoscevano diritti, non osavano pensare di meritare qualcosa di più di quello che avevano.
Accanto a loro, in una modalità di attaccamento denominato: insicuro/preoccupato vi erano le persone che avevano avuto nei primi anni di vita, madri incostanti nella risposta alle loro richieste emotive, poco inclini a comprendere con costanza i loro bisogni spingendoli, da adulti, a scegliere come partner persone inaffidabili, inconsistenti.
Ma Hazan e Shaver non furono gli unici a occuparsi del modo in cui scegliamo quelli che crediamo essere i nostri o le nostre compagne di vita.
Bartolomew e Horowiz nel 1991 [2] fecero uno studio analogo tenendo conto delle caratteristiche di personalità e degli stili di comportamento. Individuarono così tre stili: Autonomo, Rifiutante, Preoccupato.
Arietta Slade nel 1999 propose una classificazione «concentrandosi sull’espressione affettiva e sulle strutture della regolazione affettiva stessa.»[3]
Queste studi e queste teorie messe a confronto conducono ed esprimono, sebbene in maniera concettualmente diversa, il modo in cui cerchiamo l’amore.
A seconda di come siamo stati amati da piccoli, di come le persone che avrebbero dovuto prendersi cura di noi, ci hanno mostrato quanto e come fossimo degni di essere amati, abbiamo plasmato il progetto di ricerca dell’altro.
Innamorarsi della persona sbagliata, significa solamente ricercare, in nome dell’amore, la persona adatta a confermare l’idea che abbiamo di noi e del nostro valore, mossi dal bisogno di risanare quella ferita primordiale che genitori «inadatti» ci hanno inflitto.
Genitori negativi ci spingeranno verso partner altrettanto negativi.
Innamorarsi sempre e solo della persona sbagliata, non è una colpa, è la conseguenza di accudimenti inadatti,.
Comprenderli e accoglierli, potrebbe essere il primo passo per cambiare qualcosa che sentiamo non esserci utile.

 

 


 
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[1] D. Rollo. Breve dizionario di psicologia dello sviluppo e dell’educazione. Carocci Editore. Roma. 2010 (2015)
[2] Attachment styles among young adults: a test of a four-category model.
[3] http://www.spiweb.it/psiche_rivista/attaccamenti/4/ZAVATTINI-0.pdf

giovedì 25 maggio 2017

Mamme che lavorano: quando stare con i figli non è questione di «quantità» ma piuttosto di «qualità».

dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
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Separarsi dai propri figli non è mai facile.
Non c’è un’età in cui, dentro di noi, sentiamo che sia giunto il momento per lasciarli andare, convinte che, essere loro accanto, sia garanzia di protezione.
Quando poi il bambino è piccolo, e la dipendenza con la madre è ancora funzionalmente e fisiologicamente elevata, farlo per necessità o per soddisfare il proprio bisogno di realizzazione, può generare sensi di colpa che rendono più difficile demandare l'accudimento ad altri.
I nove mesi di gestazione e quelli subito dopo la nascita hanno costruito un legame fortissimo.
Secondo Winnicott, pediatra e psicanalista inglese, madre-figlio sono un'unità e le relazioni che si vengono a creare tra loro, sono emotivamente complesse e non solo fisiche.
Avere quindi un luogo, una scuola o la casa dei nonni, e persone che si prenderanno cura del bambino, non sempre significa aver soddisfatto quel bisogno di accudire che si è creato nel tempo e che ha bisogno di altro tempo per trovare una nuova dimensione.
Ci si può sentire madri egoiste per non essere rimaste con i propri figli, colpevoli per averli affidati a qualcuno che sicuramente non potrà sostituirsi completamente a noi e, in qualche caso, anche preoccupate che la persona che si prenderà cura del bambino possa diventare così importante per lui, da farci perdere parte del suo amore.
Tra i tanti ruoli che le mamme hanno, c'è anche quello di aiutare il figlio a gestire la separazione da lei e per farlo è importante riconoscere, accogliere ed esprimere quei sentimenti che rendono doloroso a noi l'allontanarsi di chi amiamo.
Ansia e sensi di colpa ci stanno dicendo che è trascorso un periodo importante ma che è concluso e che dobbiamo lasciarcelo alle spalle e aprirci a un'altra fase preziosa per il bambino e per la sua autonomia, tanto quanto lo è stato essere, per lungo tempo, l'unico suo «oggetto d'amore».
Le difficoltà però non si esauriscono nel malessere che ci fa da ombra fino al momento in cui ci ritroviamo con la prole. Capita che dopo la gioia iniziale di esseri ritrovati, il bambino pretenda da noi, un’attenzione esclusiva, persistente, di difficile gestione.
Oppure che nonostante desideriamo trascorre tutto il tempo che abbiamo con lui, necessità come riassettare casa o preparare la cena, diventino una priorità logica.
Così dopo una lunga giornata di separazione fisica, aggiungiamo all’esperienza comune, una separazione emotiva, cercando soluzioni non sempre valide: la televisione, il computer, oppure il rimprovero: «possibile che con tutti i giochi che hai, tu non sia capace di startene un po’ da solo?»
Nella maggior parte dei casi, però, è la nostra ansia, il nostro sentirsi schiacciati tra i doveri da rispettare e i desideri da tacitare a muovere il nostro comportamento.
I bambini, non hanno grandi pretese, e se ne hanno, spesso è perché vivono una situazione che necessita di attenzione.
Robbie Case, psicologo dell’infanzia, sosteneva che i essi sono «fin dalla nascita solutori di problemi».
È la qualità del tempo che riusciamo a ritagliarci con loro che farà la differenza, rispetto a una disponibilità prolungata ma conflittuale.
È la modalità con cui comunicheremo la gioia nel ritrovarci, e il rispetto per le emozioni che potrebbero seguire, come noia o rabbia per non aver voluto giocare con noi, che li aiuterà a crescere.
È il modo in cui riusciremo a esserci nonostante le incombenze che reclamano attenzione.
Senza dimenticare che ogni bambino è in grado di distinguere, sebbene a seconda dell’età non sia ancora in grado di comunicarlo, tra piacere di stare assieme e ansia del doversi prendere cura di lui.
 

 
 
 
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martedì 23 maggio 2017

I bambini e gli attentati: spiegare loro qualcosa di inspiegabile.

dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
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Se è vero che l’interesse per gli eventi sociali non è elevato nei bambini, specie i più piccoli, è altrettanto vero che sono abilissimi nel percepire la tensione e la preoccupazione vissuta dai genitori dopo un evento come quello di Manchester.
A questo si unisce il fatto che, anche se non tutti ascoltano i telegiornali o prestano attenzione alle immagini pubblicate dai giornali ed esposte anche per attirare il lettore, ignorare quanto accaduto negli ultimi anni, è impossibile.
I bambini dunque, o per informazione diretta (se ne è parlato a scuola, a casa) o indiretta (ascoltando frammenti di conversazione tra adulti) sono consapevoli della tensione emotiva che investe tutti.
Il recente attentato inglese, inoltre, ha mietuto vittime giovani, mentre si stavano divertendo e ciò potrebbe essere causa di ulteriore tensione, specie se i genitori o le persone che trascorrono del tempo con loro, non sono «capaci» di informare senza aggravare la situazione.    
L’attenzione diretta all’evento e con essa il desiderio/bisogno di parlarne, varia da bambino a bambino.
Questo non significa per alcuni di loro, la morte delle persone non sia di alcun interesse, ma solo che non si sentono pronti o capaci di parlarne a livello cognitivo e/o emotivo. Ciò perché, indipendentemente dalla personale capacità di relazionarsi o interessarsi ai contesti sociali, parlare di morte è anche una necessità meramente soggettiva.
Inoltre non c’è un’età adatta o giusta, per affrontare cosa sta accadendo, non solo in Europa, ma in tutto il mondo, visto che le immagini e gli articoli sulla strage di bambini in paesi in guerra è per loro, ormai, la quotidianità.
Se poi il contesto famigliare nel quale vivono è alterato e condizionato da paure e insicurezze (non possiamo andare a Disneyland perché potrebbero fare un attentato; in questi periodo è meglio stare a casa; i luoghi affollati sono a rischio di attentati…) potrebbe generare un’apprensione che sarebbe meglio, fosse espressa.
Ogni età ed ogni bambino, però, necessita di delicatezza e scelta del linguaggio appropriato, svestito da contenuti politici (che hai bambini non interessano) e da quelle generalizzazione che non aiutano a superare o comprendere cosa sta accadendo (tutti gli extracomunitari sono cattivi).
Qualunque sia la nostra relazione con gli eventi, è importante che il bambino percepisca anche la sicurezza, perché è per loro una risorsa irrinunciabile. Sarebbe utile quindi contrapporre alla violenza l’amore: ci sono persone che uccidono e persone che salvano, molto più numerose delle prime. Ci sono i cattivi, ma anche i buoni facendo esempi concreti, comunicando anche le proprie paure ma rassicurando sul fatto che provale una tale emozione è naturale, ma superabile.
Non dimentichiamo che i nostri figli hanno tra compagni di scuola e di gioco anche bambini che provengono da aree geografiche in cui si muove il terrorismo e insinuare in loro il dubbio o l’ansia che il loro vicino di banco o il compagno di giochi sia uno di quelli che uccidono, non è né logico, né corretto.
E soprattutto non illudiamoli che quanto successo non accadrà mai più. Promettere qualcosa che tutti noi ci auguriamo, ma sul quale non abbiamo il controllo, li farebbe sentire ancora più insicuri. Darebbe loro la percezione che neppure i genitori possono garantire quella stabilità e sicurezza che nell’immaginario del bambino è fondamentale.
 
 

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