mercoledì 13 settembre 2017

Vite positive e vite negative: dalla sindrome di Pollyanna al pessimismo esistenziale.


dr.ssa Mariangela Ciceri
Counselor Professionista Avanzato
ricevo in Alessandria su appuntamento cell: 347.58.74.157
 

Abbiamo un bisogno fisiologico di dare un senso a ciò che accade a noi e intorno a noi.
E poiché crescendo alimentiamo o facciamo nostre credenze che ci sono state insegnate, tendiamo a interpretare le situazioni secondo il nostro modello di vita, applicando giudizi, comprensioni e pregiudizi che ci rassicurano.
Il modo in cui noi interpretiamo ciò che accade e l'ambiente in cui ciò avviene, inoltre, influenzano il nostro modo di percepire e giudicare.
Secondo la psicologia sociale questo processo attivo e costante è dovuto a due motivazioni:
  1. il bisogno di giustificare ciò che pensiamo e facciamo
  2. la necessità di essere accurati
e poiché è impossibile avere conoscenza e competenza necessarie per conoscere e comprendere avvenimenti e comportamenti, prendiamo decisioni e giudichiamo anche se non abbiamo un quadro completo della situazione.
Un evento quindi si trasforma in un puzzle, con tessere mancanti che noi andiamo a sostituire con le parti che per noi sono utili a comprendere ciò che stiamo vivendo.
Riassumendo: ognuno di noi ha un suo modo per spiegare quello che le o gli succede.
Per la psicologia positiva questo meccanismo (la tendenza a dare la stessa spiegazione per eventi differenti) si chiama stile esplicativo il quale, a seconda della connotazione emotiva che viene assunta, è divisibile in ottimista o pessimista.
Qualità non innate (secondo Seligman, autore della teoria dell'impotenza appresa) ma che possiamo acquisire.
A complicare la vita però c'è il fatto che ci bastano pochi eventi negativi per convincerci che nulla potrà mai andare bene.
Se un'idea è Permanente, Pervasiva e Personale però, ci condiziona.
Le conseguenze saranno il pessimismo e la radicata convinzione che non saremo mai in grado di uscire, da soli, da una situazione pesante, negativa, disfunzionale e mettendo in moto pensieri che consolidano questa visione, ci inoltreremo in un circolo dal quale sarà difficile uscire.
Ma come in ogni cosa, anche lo stile esplicativo pessimista ha il retro della sua medaglia ed è la sindrome di Pollyanna.
Con questa definizione ci si riferisce a quelle persone che (Pollyanna è un personaggio creato da Eleanor Porter) usando una visione unicamente positiva, perdono la capacità di essere obbiettivi e vedono, con conseguenze a volte complesse e pericolose, solo il meglio in tutto ciò che accade e in tutte le persone che incontrano.
Anche l'ottimismo, per quanto ci possa sembrare prezioso, deve essere realistico, permettere di muoversi nel contesto sociale con equilibrio e funzionalità.
Non può essere uno strumento per oscurare e non vedere aspetti negativi (il buono assoluto esiste solo nelle fiabe) regredendo a una forma di pensiero ingenua e fantastica inappropriata per un adulto.
Come in ogni altra situazione la «cosa» giusta sta a metà.
Occorre saper riconoscere ed arginare una percezione negativa di ciò che accade, ma anche controllare la convinzione che tutto vada sempre bene, per viaggiare in un mondo fatto di cose buone e di cose pessime.



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domenica 27 agosto 2017

Quando le amicizie finiscono.

È qualcosa con cui iniziamo a convivere da bambini: il compagno di giochi alla scuola materna o al parco, il figlio degli amici di mamma e papà (che qualche volta dobbiamo farci andare bene per forza), i coetanei con cui facciamo due passi, attendiamo il bus oppure giochiamo a tennis.
Relazioni che possono nascere rapidamente, proprio come nel «colpo di fulmine» tra innamorati, oppure crescere e consolidarsi nel tempo.
Alcune durano una vita, altre un’estate, certe poco più di qualche mese e quando finiscono lasciano cicatrici, segni che potrebbero condizionare quelle future.
Essere delusi da un’amicizia è come essere deluse da un partner.
Si tratta di una relazione duale in cui le dinamiche (salvo ovviamente l’aspetto intimo) non sono diverse da quelle che si innescano tra due persone che condividono aspetti della propria vita.
Un elemento che accomuna la fine di un’amicizia alla «fine» di una coppia è che questo può accadere improvvisamente o lentamente e in entrambi i casi può succede che uno dei due non si renda conto di alcun «problema» fino al momento in cui tutto finisce. 
Nelle amicizie, come in qualunque altro tipo di relazione, la colpa non è mai di una sola parte in causa. Ci sono però dei segnali che possono aiutare a comprendere quanto e in che misura la reiterazione di vecchi copioni (comportamenti già avuti in passato) possano essere con-causa di fallimenti relazionali.

Vediamone alcuni:
- non tenere presente che una amicizia è un rischio. Se «scegliamo» qualcuno investiamo su di lui/lei esattamente come si può investire denaro su un titolo azionario. Quanto lo possiamo decidere solo se siamo consapevoli di cosa ci aspettiamo da quell'amicizia. Razionalizzare il rapporto lo rende meno ideale, ma è un buon mattone da cui partire per costruire qualcosa che duri nel tempo

- chiedersi cosa si cerca e si vuole da quella relazione e permettere agli attori della stessa di esprimersi. Non si possono desiderare sempre le stesse cose e nelle modalità che piacciono a entrambi. Si può sopravvivere ai propri bisogni mediandoli con quello dell’altro

- comprendere in che misura l’amico e l’amica ci permetterà di essere noi stessi. Di esprimere le nostre perplessità, i nostri giudizi, le nostre opinioni. Una eccessiva individualità o attenzione non sono utili a nessuno. L’amicizia è quel nucleo relazionale in cui ci si dovrebbe poter esprimere senza filtri, senza razionalizzazione dei concetti, senza trovare modi che piacciano all'altro di dire quello che si decide di condividere. Essere in difficoltà nel comunicare emozioni ed opinioni significa non essere all'interno di una amicizia «utile» alla crescita

- temere l’assenza di conflitto. Le amicizie in cui non si litiga mai sono come i matrimoni in cui va tutto bene: finiscono in un giorno, e per farlo hanno bisogno del tempo di uno starnuto. Nelle relazioni nulla è mai perfetto. Per essere solide devono passare anche tra conflitti duri, momenti di rottura, e sensazioni di sconfitta e delusione

Alcuni segnali di pericolo di cui tenere conto, nell'amicizia come un qualunque altra relazione sono: l’indifferenza dell’altro di fronte alle tue difficoltà, la distanza emotiva che accompagna o precede la rottura, la negazione di un confronto per comprendere cosa stia danneggiando l’amicizia.  
Quando finisce, tutto ciò che ci resta da fare è elaborare il lutto e chiedersi cosa del «nostro comportamento» può essere stato causa della rottura, senza assumersi responsabilità totali ma tenendo presente che se la difficoltà di costruire e mantenere amicizie si ripete nel tempo, potrebbe trattarsi di «Ciclo Interpersonale Problematico».[1]




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[1] www.istitutobeck.com

mercoledì 2 agosto 2017

Distorsioni cognitive: credere anche nell’incredibile.


dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
Counselor Professionista Avanzato
riceve in Alessandria
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La psicologia li definisce «costrutti fondati, al di fuori del giudizio critico, su percezioni errate o deformate, su pregiudizi e ideologie; usti spesso per prendere decisioni in fretta e senza fatica»[1]
Insieme alle euristiche: ragionamenti, deduzioni rapide, istintive e intuitive, «scorciatoie mentali» che consentono di decidere senza dover troppo pensare o riflettere, sono tra le strategie più usate per giungere a delle conclusioni rispetto a vissuti ed eventi.
Secondo Kahneman e Frederick è un meccanismo che scatta senza consapevolezza e rappresenta una modalità di pensiero e giudizio frequente, per alcuni quasi assoluta.
Tra le euristiche più frequenti ci sono quelle di «conferma» un fenomeno visibile sui gruppi (e in alcun casi anche sui profili personali) dei social dove si tende a circondarsi di persona che la pensano nello stesso modo così da confermare le nostre posizioni.
Un’altra euristica (o bias: tecnicamente si definisce anche così) è quella dell’«ancoraggio». Usata quando per decidere prendiamo in considerazione non tanto le informazioni a disposizione, quanto il confronto tra un insieme limitato di informazioni. Fenomeno molto studiato dall’economia comportamentale.
Anche il bias chiamato «fallacia» è spesso presente. È quello che ci spinge a dare notevole risalto agli eventi del passato lasciando che influenzino quelli del presente specie in termini di giudizio. Se per esempio la prima interrogazione scolastica ha dato esiti positivi, la successiva, anche se pessima sarà giudicata in modo meno negativo rispetto a chi invece ha già preso un brutto voto in passato ed è migliorato.
Il bias di proiezione ci spinge a credere che siano molte le persone che la pensano come noi, perché il nostro pensiero è quello giusto! E’ abbastanza insidioso perché ci porta a «sopravvalutare la normalità e la tipicità»[2]
Altri sono:
razionalizzazione post-acquisto: comprare un oggetto inutile ed elaborare l’dea che dopo tutto non è strato un acquisto sbagliato, o senza senso. È conosciuto anche come «Sindrome di Stoccolma dell’acquirente» ed anche questo interessa molto gli studiosi di economia comportamentale 

negligenza di probabilità: l’incapacità di valutare in modo oggettivo e razionale il pericolo rispetto a quello che accade. Le statistiche dimostrano che un certo evento (furti, incidenti automobilistici…) accadono con una certa percentuale ma noi ci convinciamo del contrario 

dello sguardo selettivo: serve a farci sentire «visti». Compriamo un dato paio di scarpe e all’improvviso notiamo che sono in molti ad avere quel modello ai piedi come fossimo stati copiati, avessimo inventato una moda o fossimo noi stessi in linea con la moda 

status-quo: ci spaventa il cambiamento. Amiamo la routine, la stessa marca di profumo, lo stesso ristorante, la stessa scelta politica.  Preferiamo contestare piuttosto che cambiare. È alla base dei comportamenti conservativi che spingono a reiterare comportamenti sia positivi che negativi 

della negatività: si presta maggiore attenzione alle notizie negative e si ignorano, o si cancellano dalle informazioni quelle positive. È un altro comportamento presente sui social. Ci sono persone che sul loro profilo postano o condividono solo post di eventi della stessa tipologia e se viene fatto loro notare che si tratta di fake, reagiscono con irritazione, perché il loro «bisogno» è quello di trovare conferma alle proprie distorsioni cognitive
 
«Il bias, contribuendo alla formazione del giudizio, può quindi influenzare un’ideologia, un’opinione, e un comportamento.»[3]



[1] http://www.stateofmind.it/tag/bias/
[2] ibdem
[3] News & Articoli, Scienze Sociali

 
 

 

 
 
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giovedì 13 luglio 2017

La fatica di essere come gli altri ci vogliono.


dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
Counselor Professionista Avanzato
riceve in Alessandria
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Fu Winnicott, pediatra e psicanalista inglese a introdurre i concetti di holding, spazio tansazionale, madre sufficientemente buona e falso Sè.[1]
Tralasciando i primi tre che riguardano la psicologia dello sviluppo, approdiamo al quarto che, sebbene si formi e trovi basi solide per accrescere nell'infanzia, quando questo è reso difficile e/o impossibile, trova la sua espressione nell’età adulta condizionando il modo di essere, di porsi, di comportarsi, di sentirci.
Il falso Sé, è il criterio con cui il bambino, di fronte alle cure inadeguate di una madre che non risponde ai suoi bisogni (alimentandolo, consolandolo…) perde il contatto con essi, adattandosi alle aspettative genitoriali ma rinnegando le sue necessità. Questo lo porterà ad adattare la propria volontà, sacrificando aspettative e desideri, nella costante quanto vana ricerca di una approvazione «dell’altro» fino a creare quello che l’autore ha definito: un Falso Sé.
In pratica il bambino diventa quello che la madre vuole che sia abituandosi a ingraziare la persona o le persone con cui costruisce (o tenta di farlo) delle relazioni significative.
Proprio come in una fiaba, però, trascorrono gli anni e il bambino diventa prima un adolescente e poi un adulto, abituato ormai a non ascoltare i suoi desideri, a fare quello che gli altri si aspettano che lui faccia, lasciandosi condizionare dall’approvazione sociale (di cui non riesce più a fare a meno) muovendosi in una realtà che nulla ha a che vedere con il suo Essere autentico.
Ricacciato il suo Vero Sé, per consentirgli di sopravvivere, sebbene senza diritto di parola, non gli resta che indossare la maschera più opportuna e vivere «recitando» la parte che gli è stata assegnata.
Può capitare all'ora, all'improvviso o lentamente che il Vero Sé trovi la strada per «emergere dal silenzio nel quale lo avevamo condannato» e che ciò che facciamo, il modo in cui viviamo o stiamo con gli altri, ci appaia estraneo, inutile, senza senso, perché non siamo e non facciamo ciò che vorremmo e essere e fare.
Può essere la sensazione di un attimo, di un giorno, di una intera vita.
Per comprendere ciò che ci sta accadendo, occorre scoprire cosa autenticamente siamo e proviamo rispetto ai bisogni e ai desideri.
Per dare voce a quel Sé tacitato per anni e a quel bambino che non è stato ascoltato e accolto come avrebbe dovuto, occorre «incontrarlo» attraverso un percorso che conduca a una buona conoscenza e consapevolezza di Sé.
Occorre riconoscere che lo abbiamo messo a tacere per tenerlo alla larga dalla manipolazione materna, per dargli la possibilità, quando saremmo stati adulti, di dire e chiedere le cose che ci impedivano di dire e chiedere.
Così degli ingegneri di successo potrebbero scoprire che avrebbero voluto fare i meccanici, e alcuni impiegati avrebbero voluto essere musicisti.
Essere autentici, liberarsi dalla Maschere, scoprire le proprie Ombre, non ha nulla a che vedere con l'essere sinceri.
Significa rientrare in contatto con una parte infantile importante per ognuno di noi.
Essere consapevoli, imparare a ricercare la consapevolezza significa entrare in contatto con i nostri sentimenti, con i bisogni inappagati, con i desideri mai espressi.
Da soli o con l'aiuto di qualcuno, intraprendere un viaggio dentro di Sé è una bella sfida che può riaccendere paure, dare voce alle insicurezze, tuttavia, come disse Donald Winnicott: «É un piacere mantenere i propri segreti, ma che tragedia non venire scoperti!
 

 

 

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[1] Sviluppo affettivo e ambiente, 1965

sabato 8 luglio 2017

Io mi Ascolto!


 
dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
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In un mondo in cui, complici i social, la comunicazione sembra essere al primo posto nei pensieri dei più, l'ascolto di sé stessi ha perso in parte il suo significato e la sua valenza curativa.
Capita di essere così presi dal bisogno di «postare» e «condividere» informazioni, fotografie, riflessioni da dimenticare e perdere l’abitudine a un altro tipo di comunicazione: quello con noi, o meglio, con la parte più intima di noi.
In alcuni casi quella che non siamo stati abituati ad ascoltare perché, fin da piccoli, nessuno l’ha «ascoltata» o addirittura ne ha permesso l’esistenza.
È quel bagaglio emozionale, esistenziale, esperienziale che possiamo tacitare e «nascondere», che non mostriamo al pubblico, che, a volte, ci difende dalla paure più intime e senza il quale non saremmo ciò che siamo, nel bene e nel male.
Non ascoltarla (la parte più intima di noi) rende «particolare» la nostra esistenza, la modifica, la rende «incompleta», tacitando ciò che vorrebbe trovare un modo per avere la nostra attenzione.
Non perdere di vista questo bagaglio inestimabile tuttavia, richiede esercizio e una costante consapevolezza del presente.
Di quello che siamo, di quello che vogliamo, di quello che progettiamo, di quello che temiamo, di chi o cosa, hanno il potere di cambiare l'opinione che abbiamo di noi, oppure solo metterla in discussione.
L'ascolto interiore spesso è difficile, o lo diventa, quando diamo ampio spazio a quelle che Berne (fondatore dell'Analisi Transazionale) ha chiamato «ingiunzioni»: messaggi che il genitore invia al bambino.
Possono essere verbali ma anche non verbali, razionali e non, ma veicolano una comunicazione forte: inducono il ricevente a pensare di non essere accettato.
Queste, unitamente agli «ordini», frasi dette da genitori consapevoli in modo voluto e che apparentemente sembrerebbero essere in opposizione alle ingiunzioni, possono condizionare pesantemente la percezione di noi costringendoci a comportamenti disfunzionali e penalizzanti.

Sono esempi di ingiunzioni frasi del tipo:
Vorrei non fossi mai nata,
Per colpa tua ho rinunciato a...,
Per prendermi cura di te ho dovuto...,

Mentre gli ordini sono:
Sii perfetto!
Non sbagliare!
Non devi piangere!
Devi essere forte...!

Facendoci sentire inadeguati, ingiunzioni ed ordini vanno a plasmare l'autostima in modo insufficiente, rendendoci schiavi del giudizio esterno (prima genitoriale, poi del marito/moglie, nel lavoro, nelle relazioni), facendoci sentire inadeguati, sbagliati, colpevoli, perennemente alla ricerca di adesione a modelli troppo lontani da ciò che siamo.
Secondo William James tra le componenti del Sé ci sarebbero i Sé attuali: quello materiale, quello sociale, quello spirituale, che assieme ai Sé possibili e potenziali sono costrutti innati dovuti al rapporto tra realizzazione e obbiettivo.
Quando nel tentativo di perseguirli, non prestiamo attenzione a ciò che realmente siamo, solitudine, incertezza ed ansia, possono invadere uno spazio inascoltato.
Imparare l'ascolto di Sé può aiutare a cambiare il modo di giudicarci, di lasciarci giudicare, focalizzare al meglio gli obbiettivi, ipotizzare e adattarsi al cambiamento, definire, descrivere e modificare, quello che nella nostra vita, non funziona.    
 
 
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lunedì 3 luglio 2017

Vacanze possili e impossibili


dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
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L’estate è considerata in tempo delle vacanze, reali o presunte, oppure solamente attese da tempo, contando i giorni che ci separavano da una meritata pausa.
Quella che, alla lettera, significa: periodo di sospensione dalle attività lavorative e scolastiche, dedicato al riposo e al divertimento (DIB - Di Mauro - Moroni) trascorribili in qualunque luogo purché consentano di prenderci una sosta della routine.
Per alcuni tuttavia interrompere il meccanismo «lavorativo» o le consuetudini, pur avendone la possibilità, risulta difficile se non addirittura ansiogeno e l’dea di avere del tempo a disposizione da colmare, trasforma la vacanza in qualcosa che «va fatta» ma senza smettere di essere produttivi.
Alla base di tale difficoltà potrebbero esserci diverse ragioni:
  • l’incapacità di «annoiarsi» vivendo un periodo di inattività come qualcosa di negativo, a cui dover porre rimedio
  • la difficoltà a stare da soli con se stessi, ascoltando le proprie emozioni e riflettendo su eventi, occasioni, difficoltà
  • la convinzione che non sia giusto interrompere la propria disponibilità verso chi è abituato a trovarci sempre pronti a dare il massimo verso delle richieste che potrebbero essere avanzate altrove
Per alcuni, inoltre, vi è il pensiero di non aver meritato il tempo che hanno davanti, perché mentre lavorano lo sottraggono ad altri e quindi vivono la vacanza come una doverosa necessità di compensare le proprie  passate assenze.
Tutte «giustificazioni» che concorrono a falsare la percezione che abbiamo degli eventi e delle nostre capacità di gestirli. 
Viviamo in un contesto sociale in cui la «relazione» con l'altro, seppur superficiale e spesso veicolata dai social, è dovuta, più che voluta ma riveste un ruolo fondamentale che ci porta a sviluppare una sorta di dipendenza con i messaggi, i post, i selfie, rendendoci incapaci di stare in silenzio, ascoltare quello che nasce dentro di noi e condannandoci, a volte, a una solitudine in mezzo alla folla.
Prendere la distanza dagli altri ci sembra scorretto, impossibile, ingiusto e allora rinunciamo al bisogno di cercare e trovare noi stessi per stare con chi spesso, non ha nulla da dirci per condividere informazioni fantasiose, infilarci in discussioni senza finalità. Tutto pur di non «dover» stare da soli.
Eppure riscoprire il proprio mondo interiore, entrare in contatto col nostro profondo, consente di ridurre l'ansia, di cogliere pensieri, risorse utili al superamento di crisi, di accogliere quelle parti di noi che sentiamo ostili e confortarci per i progetti falliti ricaricando la mente.
Staccarsi dal quotidiano, pur restando dove fisicamente siamo ogni giorno, ci solleva dalla sensazione di stanchezza fisica e mentale, dall'impressione che nulla di ciò che facciamo sia o vada come vorremmo che fosse o che andasse.
Saper dire no, non essere disponibili alle costanti, scontate e a volte inutili richieste dell'altro, significa ritrovare e riscoprire nuove fermezze nel lavoro e nelle relazioni affettive.
Nascondersi dagli altri allenta ansia e nervosismo, condendoci il tempo di ricaricarci di emozioni, riconoscere i bisogni, trasformali in progetti realizzabili.

 


 

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domenica 25 giugno 2017

Il bisogno di condividere bufale.


Non colpisce tutti, anche se a tutti è sicuramente capitato di aver condiviso o postato una notizia rivelatasi poi falsa. Per alcuni però  è l’unica modalità di relazionarsi sui social.
Si tratta di persone che sebbene apprendano, dopo averlo condiviso, che quanto stanno divulgando non corrisponde a realtà, continuano a percepirla come vera.
Un fenomeno che, se ci pensiamo bene, rapportandolo a una modalità educativa pre-social equivale a «dire le bugie» comportamento sanzionato nell’infanzia e in alcuni casi, sinonimo di un malessere profondo.
Ma cosa c’è alla base del bisogno di raccontare storie?
La conferma che il proprio mondo interiore, le proprie convinzioni, siano reali e abbiamo in senso.
L’attendibilità delle fonti è irrilevante per chi ha bisogno di rappresentare il mondo attraverso le proprie motivazioni e poco importa se quando detto è calunnioso, scorretto, inesatto.
Pubblichiamo e condividiamo quello che ci piace, ma inorridiamo quando sono gli adolescenti a fare ciò che più stiamo insegando loro: rende pubblico l’intimo e non interessarci alla veridicità o meno dei contenuti.
Raccontare e illudersi che quanto stiamo mostrando agli altri corrisponda a verità ci permette di non vedere come le cose sono realmente, costruiscono e rafforzano quell’immaginario interiore che ha bisogno di essere rafforzato per continuare ad esistere.
Ha tuttavia uno svantaggio: va continuamente rinnovato e per farlo è necessario navigare in qui siti ormai segnalati per inattendibilità delle fonti usate nel diramare notizie.
Ciò restringe il campo delle relazioni, con il rischio di perdersi in fantasie auto-confermanti che impediscono di farsi una reale idea del mondo e ciò che in esso di brutto o di bello, accade.
Concludo con una frase di Pope: «Chi racconta una bugia non sa che compito si sta assumendo, perché sarà obbligato ad inventarne altre venti, per sostenere la veridicità della prima» e nel caso delle bufale sui social, direi che, anche se non se rende conto, mette in moto due altri meccanismi «sociali»: arricchire chi «vive» sulla divulgazione di notizie inattendibili, guadagnandoci e fare disinformazione.
 
 
 
 
 
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