mercoledì 27 settembre 2017

Danni da stress lavoro correlato.

dott.ssa Mariangela Ciceri
Counselor Professionista Avanzato
per appuntamenti: 347.58.74.157
Alessandria
 
 

Parte prima.
 
Furono i sociologi americani degli anni ‘20 e ‘30 i primi a occuparsi delle ripercussioni psichiche e fisiche sui lavoratori, come conseguenza di situazioni stressogene vissute sul posto di lavoro.
L’interesse, di quella che venne chiamata «La scuola delle relazioni umane», non era puntata soltanto sul cercare di comprendere che cosa creasse malessere nel dipendente, ma anche quali strategie potessero essere usate per migliorare la produttività tenendo conto delle potenzialità individuali e della scarsa propensione del datore di lavoro a lasciare liberà la creatività del proprio lavoratore.
Occorre arrivare attorno agli anni ’40 per assistere ai primi veri interventi di controllo e prevenzione (infortuni) e almeno 10-15 anni dopo per incominciare a sentir parlare di «rischio psicosociale».
Consolidata l’idea che fattori psichici e fisici potessero interferire pesantemente con lo sviluppo di una azienda, condizionandone la produttività, l’argomento assunte una discreta rilevanza motivando gli studi successivi fino a quelli sullo stress lavoro correlato.
La parola STRESS, usata per la prima volta da Hans Seyle, definiva il corredo di risposte fisiologiche attivate di fronte a situazioni percepite come «pericolose», «minacciose», «opprimenti», «… una reazione aspecifica dell'organismo a quasi ogni tipo di esposizione, stimolo e sollecitazione (Seyle 1936).[1]
Si delinearono così le conseguenze di un vissuto stressogeno in correlazione con la sua intensità, persistenza e la capacità individuale e di attivare una risposta utile per sé (coping).
Gli effetti vennero suddivisi in 4 gruppi di risposta: fisico, cognitivo, emozionale e comportamentale.
 
Nel prossimo articolo li vedremo nel dettaglio.





[1] Selye, H., (1936). A syndrome produced by diverse nocuous agents. Nature, London 138, 30-32
 
 
 

 
 
 
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mercoledì 20 settembre 2017

A proposito d'amore.

dott.ssa Mariangela Ciceri
Counselor Professionista Avanzato
per appuntamenti: 347.58.74.157
Alessandria

Amare è una delle prime cose che impariamo a fare.
Alla nascita ci innamoriamo di chi si prende cura di noi e contrariamente alle teorie freudiane, le quali sostenevano che l'amore verso la madre (o qualunque altra figura di accudimento) fosse conseguenza di un soddisfacimento (darci da mangiare), dagli studi di John Bowlby e Mary Ainsworth in poi questa teoria non fu più presa in considerazione.
Gli adulti, uomini o donne, sono condizionati nelle esperienze relazionali dall'interiorizzazione della prima esperienza d'amore.
Un bambino poco amato (o che si senta tale) crescerà con la sgradevole sensazione di essere immeritevole d’amore, mentre un bambino amato (o che si senta tale) svilupperà la fiducia di essere amabile non solo per i genitori, ma anche per altri.
Un legame affettivo materno deve essere costante, ricco di emozioni, saper mantenere una vicinanza emotiva anche quando si è distanti, dare conforto e sicurezza. Essere ciò che venne definita una «base sicura».
Le conseguenze di comportamenti inadeguati hanno ripercussioni complesse nei bambini che condizioneranno il loro essere adulti.
La capacità di amare, non è una capacità automatica, viene insegnata e appresa.
L'ultima cosa che desidera fare questo articolo è comunque puntare il dito contro le madri giudicate come «inadeguate» perchè dietro l'inadeguatezza, nella maggior parte dei casi, ci sono vissuti problematici, solitudine, depressione post-partum, scarsa autostima.
La capacità di instaurare una relazione durevole, emotivamente significativa da adulti, dunque, è fortemente legata a quella prima relazione d'amore.
La donna o l'uomo cresciuti in un ambiente valorizzante, creeranno un modello di Sè e dell'altro positivi. Sapranno accettare e gestire l'ansia legate alle relazioni, con fiducia, costruendo relazioni di coppia caratterizzate dalla capacità di intimità, considerazione per il partner, empatia ma soprattutto la capacità di gestire il conflitto una maniera costruttiva.
Contrariamente chi non ha avuto «una base sicura» supportiva e accogliente potrebbe provare bassa autostima, essere sempre alla ricerca di qualcuno che lo sostenga, richiedere costantemente attenzioni, generare dipendenze sia verso il giudizio, che verso la relazione.
Oppure avendo sviluppato un stile definito Distanziante avere alta fiducia in sé stesso senza interessarsi del giudizio degli altri anche se pensa di essere considerato arrogante, furbo, critico, serio e riservato. Il modello negativo che ha dell’altro lo porta a dare l’impressione di non apprezzare molto le altre persone talvolta, cinico o eccessivamente critico. Svaluta l’importanza delle relazioni e sottolinea l’importanza dell’indipendenza, della libertà e dell’affermazione. Le sue relazioni di coppia sono caratterizzate dalla mancanza dell’intimità, tendendo a non mostrare affetto nelle relazioni. Preferisce evitare i conflitti e si sente rapidamente intrappolato o annoiato dalla relazione. (www.atuttascuola.it).



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mercoledì 13 settembre 2017

Vite positive e vite negative: dalla sindrome di Pollyanna al pessimismo esistenziale.


dr.ssa Mariangela Ciceri
Counselor Professionista Avanzato
ricevo in Alessandria su appuntamento cell: 347.58.74.157
 

Abbiamo un bisogno fisiologico di dare un senso a ciò che accade a noi e intorno a noi.
E poiché crescendo alimentiamo o facciamo nostre credenze che ci sono state insegnate, tendiamo a interpretare le situazioni secondo il nostro modello di vita, applicando giudizi, comprensioni e pregiudizi che ci rassicurano.
Il modo in cui noi interpretiamo ciò che accade e l'ambiente in cui ciò avviene, inoltre, influenzano il nostro modo di percepire e giudicare.
Secondo la psicologia sociale questo processo attivo e costante è dovuto a due motivazioni:
  1. il bisogno di giustificare ciò che pensiamo e facciamo
  2. la necessità di essere accurati
e poiché è impossibile avere conoscenza e competenza necessarie per conoscere e comprendere avvenimenti e comportamenti, prendiamo decisioni e giudichiamo anche se non abbiamo un quadro completo della situazione.
Un evento quindi si trasforma in un puzzle, con tessere mancanti che noi andiamo a sostituire con le parti che per noi sono utili a comprendere ciò che stiamo vivendo.
Riassumendo: ognuno di noi ha un suo modo per spiegare quello che le o gli succede.
Per la psicologia positiva questo meccanismo (la tendenza a dare la stessa spiegazione per eventi differenti) si chiama stile esplicativo il quale, a seconda della connotazione emotiva che viene assunta, è divisibile in ottimista o pessimista.
Qualità non innate (secondo Seligman, autore della teoria dell'impotenza appresa) ma che possiamo acquisire.
A complicare la vita però c'è il fatto che ci bastano pochi eventi negativi per convincerci che nulla potrà mai andare bene.
Se un'idea è Permanente, Pervasiva e Personale però, ci condiziona.
Le conseguenze saranno il pessimismo e la radicata convinzione che non saremo mai in grado di uscire, da soli, da una situazione pesante, negativa, disfunzionale e mettendo in moto pensieri che consolidano questa visione, ci inoltreremo in un circolo dal quale sarà difficile uscire.
Ma come in ogni cosa, anche lo stile esplicativo pessimista ha il retro della sua medaglia ed è la sindrome di Pollyanna.
Con questa definizione ci si riferisce a quelle persone che (Pollyanna è un personaggio creato da Eleanor Porter) usando una visione unicamente positiva, perdono la capacità di essere obbiettivi e vedono, con conseguenze a volte complesse e pericolose, solo il meglio in tutto ciò che accade e in tutte le persone che incontrano.
Anche l'ottimismo, per quanto ci possa sembrare prezioso, deve essere realistico, permettere di muoversi nel contesto sociale con equilibrio e funzionalità.
Non può essere uno strumento per oscurare e non vedere aspetti negativi (il buono assoluto esiste solo nelle fiabe) regredendo a una forma di pensiero ingenua e fantastica inappropriata per un adulto.
Come in ogni altra situazione la «cosa» giusta sta a metà.
Occorre saper riconoscere ed arginare una percezione negativa di ciò che accade, ma anche controllare la convinzione che tutto vada sempre bene, per viaggiare in un mondo fatto di cose buone e di cose pessime.



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domenica 27 agosto 2017

Quando le amicizie finiscono.

È qualcosa con cui iniziamo a convivere da bambini: il compagno di giochi alla scuola materna o al parco, il figlio degli amici di mamma e papà (che qualche volta dobbiamo farci andare bene per forza), i coetanei con cui facciamo due passi, attendiamo il bus oppure giochiamo a tennis.
Relazioni che possono nascere rapidamente, proprio come nel «colpo di fulmine» tra innamorati, oppure crescere e consolidarsi nel tempo.
Alcune durano una vita, altre un’estate, certe poco più di qualche mese e quando finiscono lasciano cicatrici, segni che potrebbero condizionare quelle future.
Essere delusi da un’amicizia è come essere deluse da un partner.
Si tratta di una relazione duale in cui le dinamiche (salvo ovviamente l’aspetto intimo) non sono diverse da quelle che si innescano tra due persone che condividono aspetti della propria vita.
Un elemento che accomuna la fine di un’amicizia alla «fine» di una coppia è che questo può accadere improvvisamente o lentamente e in entrambi i casi può succede che uno dei due non si renda conto di alcun «problema» fino al momento in cui tutto finisce. 
Nelle amicizie, come in qualunque altro tipo di relazione, la colpa non è mai di una sola parte in causa. Ci sono però dei segnali che possono aiutare a comprendere quanto e in che misura la reiterazione di vecchi copioni (comportamenti già avuti in passato) possano essere con-causa di fallimenti relazionali.

Vediamone alcuni:
- non tenere presente che una amicizia è un rischio. Se «scegliamo» qualcuno investiamo su di lui/lei esattamente come si può investire denaro su un titolo azionario. Quanto lo possiamo decidere solo se siamo consapevoli di cosa ci aspettiamo da quell'amicizia. Razionalizzare il rapporto lo rende meno ideale, ma è un buon mattone da cui partire per costruire qualcosa che duri nel tempo

- chiedersi cosa si cerca e si vuole da quella relazione e permettere agli attori della stessa di esprimersi. Non si possono desiderare sempre le stesse cose e nelle modalità che piacciono a entrambi. Si può sopravvivere ai propri bisogni mediandoli con quello dell’altro

- comprendere in che misura l’amico e l’amica ci permetterà di essere noi stessi. Di esprimere le nostre perplessità, i nostri giudizi, le nostre opinioni. Una eccessiva individualità o attenzione non sono utili a nessuno. L’amicizia è quel nucleo relazionale in cui ci si dovrebbe poter esprimere senza filtri, senza razionalizzazione dei concetti, senza trovare modi che piacciano all'altro di dire quello che si decide di condividere. Essere in difficoltà nel comunicare emozioni ed opinioni significa non essere all'interno di una amicizia «utile» alla crescita

- temere l’assenza di conflitto. Le amicizie in cui non si litiga mai sono come i matrimoni in cui va tutto bene: finiscono in un giorno, e per farlo hanno bisogno del tempo di uno starnuto. Nelle relazioni nulla è mai perfetto. Per essere solide devono passare anche tra conflitti duri, momenti di rottura, e sensazioni di sconfitta e delusione

Alcuni segnali di pericolo di cui tenere conto, nell'amicizia come un qualunque altra relazione sono: l’indifferenza dell’altro di fronte alle tue difficoltà, la distanza emotiva che accompagna o precede la rottura, la negazione di un confronto per comprendere cosa stia danneggiando l’amicizia.  
Quando finisce, tutto ciò che ci resta da fare è elaborare il lutto e chiedersi cosa del «nostro comportamento» può essere stato causa della rottura, senza assumersi responsabilità totali ma tenendo presente che se la difficoltà di costruire e mantenere amicizie si ripete nel tempo, potrebbe trattarsi di «Ciclo Interpersonale Problematico».[1]




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[1] www.istitutobeck.com

mercoledì 2 agosto 2017

Distorsioni cognitive: credere anche nell’incredibile.


dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
Counselor Professionista Avanzato
riceve in Alessandria
per appuntamenti telefonare al 347.58.74.157
 
 
La psicologia li definisce «costrutti fondati, al di fuori del giudizio critico, su percezioni errate o deformate, su pregiudizi e ideologie; usti spesso per prendere decisioni in fretta e senza fatica»[1]
Insieme alle euristiche: ragionamenti, deduzioni rapide, istintive e intuitive, «scorciatoie mentali» che consentono di decidere senza dover troppo pensare o riflettere, sono tra le strategie più usate per giungere a delle conclusioni rispetto a vissuti ed eventi.
Secondo Kahneman e Frederick è un meccanismo che scatta senza consapevolezza e rappresenta una modalità di pensiero e giudizio frequente, per alcuni quasi assoluta.
Tra le euristiche più frequenti ci sono quelle di «conferma» un fenomeno visibile sui gruppi (e in alcun casi anche sui profili personali) dei social dove si tende a circondarsi di persona che la pensano nello stesso modo così da confermare le nostre posizioni.
Un’altra euristica (o bias: tecnicamente si definisce anche così) è quella dell’«ancoraggio». Usata quando per decidere prendiamo in considerazione non tanto le informazioni a disposizione, quanto il confronto tra un insieme limitato di informazioni. Fenomeno molto studiato dall’economia comportamentale.
Anche il bias chiamato «fallacia» è spesso presente. È quello che ci spinge a dare notevole risalto agli eventi del passato lasciando che influenzino quelli del presente specie in termini di giudizio. Se per esempio la prima interrogazione scolastica ha dato esiti positivi, la successiva, anche se pessima sarà giudicata in modo meno negativo rispetto a chi invece ha già preso un brutto voto in passato ed è migliorato.
Il bias di proiezione ci spinge a credere che siano molte le persone che la pensano come noi, perché il nostro pensiero è quello giusto! E’ abbastanza insidioso perché ci porta a «sopravvalutare la normalità e la tipicità»[2]
Altri sono:
razionalizzazione post-acquisto: comprare un oggetto inutile ed elaborare l’dea che dopo tutto non è strato un acquisto sbagliato, o senza senso. È conosciuto anche come «Sindrome di Stoccolma dell’acquirente» ed anche questo interessa molto gli studiosi di economia comportamentale 

negligenza di probabilità: l’incapacità di valutare in modo oggettivo e razionale il pericolo rispetto a quello che accade. Le statistiche dimostrano che un certo evento (furti, incidenti automobilistici…) accadono con una certa percentuale ma noi ci convinciamo del contrario 

dello sguardo selettivo: serve a farci sentire «visti». Compriamo un dato paio di scarpe e all’improvviso notiamo che sono in molti ad avere quel modello ai piedi come fossimo stati copiati, avessimo inventato una moda o fossimo noi stessi in linea con la moda 

status-quo: ci spaventa il cambiamento. Amiamo la routine, la stessa marca di profumo, lo stesso ristorante, la stessa scelta politica.  Preferiamo contestare piuttosto che cambiare. È alla base dei comportamenti conservativi che spingono a reiterare comportamenti sia positivi che negativi 

della negatività: si presta maggiore attenzione alle notizie negative e si ignorano, o si cancellano dalle informazioni quelle positive. È un altro comportamento presente sui social. Ci sono persone che sul loro profilo postano o condividono solo post di eventi della stessa tipologia e se viene fatto loro notare che si tratta di fake, reagiscono con irritazione, perché il loro «bisogno» è quello di trovare conferma alle proprie distorsioni cognitive
 
«Il bias, contribuendo alla formazione del giudizio, può quindi influenzare un’ideologia, un’opinione, e un comportamento.»[3]



[1] http://www.stateofmind.it/tag/bias/
[2] ibdem
[3] News & Articoli, Scienze Sociali

 
 

 

 
 
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giovedì 13 luglio 2017

La fatica di essere come gli altri ci vogliono.


dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
Counselor Professionista Avanzato
riceve in Alessandria
per appuntamenti telefonare al 347.58.74.157

 

Fu Winnicott, pediatra e psicanalista inglese a introdurre i concetti di holding, spazio tansazionale, madre sufficientemente buona e falso Sè.[1]
Tralasciando i primi tre che riguardano la psicologia dello sviluppo, approdiamo al quarto che, sebbene si formi e trovi basi solide per accrescere nell'infanzia, quando questo è reso difficile e/o impossibile, trova la sua espressione nell’età adulta condizionando il modo di essere, di porsi, di comportarsi, di sentirci.
Il falso Sé, è il criterio con cui il bambino, di fronte alle cure inadeguate di una madre che non risponde ai suoi bisogni (alimentandolo, consolandolo…) perde il contatto con essi, adattandosi alle aspettative genitoriali ma rinnegando le sue necessità. Questo lo porterà ad adattare la propria volontà, sacrificando aspettative e desideri, nella costante quanto vana ricerca di una approvazione «dell’altro» fino a creare quello che l’autore ha definito: un Falso Sé.
In pratica il bambino diventa quello che la madre vuole che sia abituandosi a ingraziare la persona o le persone con cui costruisce (o tenta di farlo) delle relazioni significative.
Proprio come in una fiaba, però, trascorrono gli anni e il bambino diventa prima un adolescente e poi un adulto, abituato ormai a non ascoltare i suoi desideri, a fare quello che gli altri si aspettano che lui faccia, lasciandosi condizionare dall’approvazione sociale (di cui non riesce più a fare a meno) muovendosi in una realtà che nulla ha a che vedere con il suo Essere autentico.
Ricacciato il suo Vero Sé, per consentirgli di sopravvivere, sebbene senza diritto di parola, non gli resta che indossare la maschera più opportuna e vivere «recitando» la parte che gli è stata assegnata.
Può capitare all'ora, all'improvviso o lentamente che il Vero Sé trovi la strada per «emergere dal silenzio nel quale lo avevamo condannato» e che ciò che facciamo, il modo in cui viviamo o stiamo con gli altri, ci appaia estraneo, inutile, senza senso, perché non siamo e non facciamo ciò che vorremmo e essere e fare.
Può essere la sensazione di un attimo, di un giorno, di una intera vita.
Per comprendere ciò che ci sta accadendo, occorre scoprire cosa autenticamente siamo e proviamo rispetto ai bisogni e ai desideri.
Per dare voce a quel Sé tacitato per anni e a quel bambino che non è stato ascoltato e accolto come avrebbe dovuto, occorre «incontrarlo» attraverso un percorso che conduca a una buona conoscenza e consapevolezza di Sé.
Occorre riconoscere che lo abbiamo messo a tacere per tenerlo alla larga dalla manipolazione materna, per dargli la possibilità, quando saremmo stati adulti, di dire e chiedere le cose che ci impedivano di dire e chiedere.
Così degli ingegneri di successo potrebbero scoprire che avrebbero voluto fare i meccanici, e alcuni impiegati avrebbero voluto essere musicisti.
Essere autentici, liberarsi dalla Maschere, scoprire le proprie Ombre, non ha nulla a che vedere con l'essere sinceri.
Significa rientrare in contatto con una parte infantile importante per ognuno di noi.
Essere consapevoli, imparare a ricercare la consapevolezza significa entrare in contatto con i nostri sentimenti, con i bisogni inappagati, con i desideri mai espressi.
Da soli o con l'aiuto di qualcuno, intraprendere un viaggio dentro di Sé è una bella sfida che può riaccendere paure, dare voce alle insicurezze, tuttavia, come disse Donald Winnicott: «É un piacere mantenere i propri segreti, ma che tragedia non venire scoperti!
 

 

 

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[1] Sviluppo affettivo e ambiente, 1965

sabato 8 luglio 2017

Io mi Ascolto!


 
dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
Counselor Professionista Avanzato
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In un mondo in cui, complici i social, la comunicazione sembra essere al primo posto nei pensieri dei più, l'ascolto di sé stessi ha perso in parte il suo significato e la sua valenza curativa.
Capita di essere così presi dal bisogno di «postare» e «condividere» informazioni, fotografie, riflessioni da dimenticare e perdere l’abitudine a un altro tipo di comunicazione: quello con noi, o meglio, con la parte più intima di noi.
In alcuni casi quella che non siamo stati abituati ad ascoltare perché, fin da piccoli, nessuno l’ha «ascoltata» o addirittura ne ha permesso l’esistenza.
È quel bagaglio emozionale, esistenziale, esperienziale che possiamo tacitare e «nascondere», che non mostriamo al pubblico, che, a volte, ci difende dalla paure più intime e senza il quale non saremmo ciò che siamo, nel bene e nel male.
Non ascoltarla (la parte più intima di noi) rende «particolare» la nostra esistenza, la modifica, la rende «incompleta», tacitando ciò che vorrebbe trovare un modo per avere la nostra attenzione.
Non perdere di vista questo bagaglio inestimabile tuttavia, richiede esercizio e una costante consapevolezza del presente.
Di quello che siamo, di quello che vogliamo, di quello che progettiamo, di quello che temiamo, di chi o cosa, hanno il potere di cambiare l'opinione che abbiamo di noi, oppure solo metterla in discussione.
L'ascolto interiore spesso è difficile, o lo diventa, quando diamo ampio spazio a quelle che Berne (fondatore dell'Analisi Transazionale) ha chiamato «ingiunzioni»: messaggi che il genitore invia al bambino.
Possono essere verbali ma anche non verbali, razionali e non, ma veicolano una comunicazione forte: inducono il ricevente a pensare di non essere accettato.
Queste, unitamente agli «ordini», frasi dette da genitori consapevoli in modo voluto e che apparentemente sembrerebbero essere in opposizione alle ingiunzioni, possono condizionare pesantemente la percezione di noi costringendoci a comportamenti disfunzionali e penalizzanti.

Sono esempi di ingiunzioni frasi del tipo:
Vorrei non fossi mai nata,
Per colpa tua ho rinunciato a...,
Per prendermi cura di te ho dovuto...,

Mentre gli ordini sono:
Sii perfetto!
Non sbagliare!
Non devi piangere!
Devi essere forte...!

Facendoci sentire inadeguati, ingiunzioni ed ordini vanno a plasmare l'autostima in modo insufficiente, rendendoci schiavi del giudizio esterno (prima genitoriale, poi del marito/moglie, nel lavoro, nelle relazioni), facendoci sentire inadeguati, sbagliati, colpevoli, perennemente alla ricerca di adesione a modelli troppo lontani da ciò che siamo.
Secondo William James tra le componenti del Sé ci sarebbero i Sé attuali: quello materiale, quello sociale, quello spirituale, che assieme ai Sé possibili e potenziali sono costrutti innati dovuti al rapporto tra realizzazione e obbiettivo.
Quando nel tentativo di perseguirli, non prestiamo attenzione a ciò che realmente siamo, solitudine, incertezza ed ansia, possono invadere uno spazio inascoltato.
Imparare l'ascolto di Sé può aiutare a cambiare il modo di giudicarci, di lasciarci giudicare, focalizzare al meglio gli obbiettivi, ipotizzare e adattarsi al cambiamento, definire, descrivere e modificare, quello che nella nostra vita, non funziona.    
 
 
Copyright © 2016 Mariangela Ciceri L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via e-mail, saranno immediatamente rimossi.